FOTO e VIDEO | Pioggia fuori e tempesta dentro, due ore di show per Lenny Kravitz a Bologna

La pioggia non ha fermato i fan di Lenny Kravitz, che a Bologna ha regalato due ore di musica. Immancabili i dreadlocks che lo hanno reso famoso dai suoi primi album
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BOLOGNA – Fuori piove da ore, è il 12 maggio, ma sembra febbraio e i fan – la maggioranza non di primo pelo – si fanno strada tra pozze e fango per arrivare in cima alle file e riuscire a entrare. Alle 21.15 circa, spolverino sopra i pantaloni (sotto sembra esserci una camicia, ma poi si scopre essere solo una collanona) Lenny Kravitz attacca “We can get it all together“. E ci si dimentica l’acqua battente e il percorso alla “Ufficiale e gentiluomo” per entrare all’Unipol Arena.

 

Il quasi cinquantacinquenne cantante, polistrumentista, autore e produttore svetta su un palco sopra il palco con la chitarra in mano, i pantaloni di pelle chiara e i dreadlocks che lo hanno reso famoso dai suoi primi album. Sotto di lui i musicisti, Due chitarre, un basso, batteria tastiera e tre fiati. Tra loro, il suo storico chitarrista Craig Ross e la bassista, Gail Ann Dorsey, che lo stesso Kravitz definisce “The queen”, “the most magnificent. E a scanso di equivoci, basta dire che in passato lei ha suonato con David Bowie.

Da qui in poi partono circa due ore e venti di show e una ventina di pezzi, nelle quali non ci si annoia e dove c’è spazio, oltre al suo ultimo album, (l’undicesimo, “Raise Vibration”) a una ridda di canzoni che ripercorrono una carriera trentennale. La cover, ormai quasi ‘sua’ “American woman” da un certo punto in poi cita il reggae e si trasforma in “Get up, stand up” dei Wailer, e buonanotte ai dubbiosi. Gli occhiali da sole non li molla praticamente mai, parla coi pubblico, passa dalle ballate, al funky, al blues, al rock. A un certo punto si sente pure un giro di batteria elettronica, di quella che gli under 40 non riconoscono.

Parlando al pubblico, Kravitz diventa quasi un predicatore: “Noi siamo stati creati nella perfezione ed è un miracolo. C’è chi chi vuol tenere lontani, non vuole che stiamo vicini perché la gente ha il potere e noi non dobbiamo star fermi”. Su “It ain’t over ‘til it’s over” muove i dread, duetta col chitarrista, si sposta da un lato all’altro del palco per prendere le ovazioni, che fioccano. Dalle mani allo schioccar di dita per “Just can’t get you off my mind”, che resta un classicone da “stracciamutande”.

 

Verso la fine di “I belong to you”, tra i cori, manda in frantumi le speranze delle diverse signore in adorazione: alza l’indice al cielo, per far capire che se appartiene a qualcuno, quel qualcuno è dio. Ma si riprende subito, dice “suono da 30 anni. Mi merito un abbraccio”, fa salire una ragazza dal pubblico e la stringe in un lungo abbraccio, la bacia sulla guancia e le dice “Thank you for your love sister”. Il pubblico femminile è lì lì, vicino a assaltare il palco. Lenny, poi chiede di battere le mani e arriva anche “Mr Cab Driver”, bella performance, ma è “Are you gonna go my way” la cannonata, viene giù l’Unipol Arena. C’è pure spazio per portare sul palco una specie di mini coro di sei persone che dà un’impronta un po’ gospel a alla fine dell’esibizione.

Sono le 11 passate, sembra che tutto si stia allentando, ma poi Kravitz toglie gli occhialoni e parte “Let love rule”, una versione lunghissima che però vorresti non finisse mai. I musicisti ci mettono dentro del blues da brividi, Kravitz scende dal palco, passa nella pit area, poi nel parterre, chiede gentilmente se può passare, per poi tornare, senza fretta sul palco e far cantare tutto il palazzetto. Chiude con “Again” ed è un peccato. Non solo perché fuori ancora piove.

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13 Maggio 2019
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