RIMINI – Gli organi di Matteo Brandimarti, il 12enne di San Benedetto del Tronto, annegato nella piscina di un hotel a Pennabilli, in provincia di Rimini, sono stati espiantati e saranno donati nel più breve tempo possibile a sei bambini in attesa di trapianto. A renderlo noto è il legale della famiglia, Umberto Gramenzi, nel giorno in cui si è tenuta l’autopsia del ragazzino tragicamente scomparso il 10 aprile scorso, quattro giorni dopo l’incidente avvenuto nella spa dell’hotel Duca del Montefeltro, nell’appennino riminese.
GLI INDAGATI, CHI SONO
Nel frattempo la stampa locale aggiorna sulle indagini in corso per accertare le cause e le eventuali responsabilità che hanno portato alla morte del ragazzino: sarebbero tre le persone al momento indagate per omicidio colposo dalla Procura di Rimini. Il nome reso noto dalla stampa è quello Andrea Ridolfi, il legale rappresentante della società che gestisce l’hotel. Insieme a lui, iscritti nel fascicolo degli indagati anche il direttore dell’albergo e la persona che si occupa della manutenzione e della sicurezza della struttura.
Ridolfi è un nome noto nel Montefeltro e nella vicina Repubblica di San Marino: ricopre anche il ruolo di presidente e amministratore delegato di Valpharma spa, dell’omonimo gruppo industriale farmaceutico con sede principale sul Titano. A difendere Ridolfi è l’avvocato Michela Vecchi. Tutti gli indagati, oltre che la famiglia della vittima, hanno nominato dei consulenti per assistere alla autopsia disposta dal sostituto procuratore Alessia Mussi, che coordina le indagini condotte dai carabinieri.
Infine, i quotidiani riminesi riportano anche la notizia di una lettera inviata dallo staff dell’albergo alla famiglia Brandimarti per esprimere la propria vicinanza, in cui gli autori si dichiarano “devastati dal dolore per quel che è successo a Matteo”.
L’INCIDENTE
Al centro delle indagini ci sono le verifiche sul bocchettone della vasca idromassaggio che ha risucchiato fino al ginocchio la gamba di Matteo, costringendolo sott’acqua per 5 minuti. La forza dell’aspiratore infatti è stata tale da impedire ai primi soccorritori, tra cui il papà del bambino, di liberarlo, o anche solo di portargli la testa fuori dall’acqua. Questo nonostante l’altezza della piscina fosse di soli 80 centimetri. E solo dopo che è stata staccata la pompa si è riusciti a liberare Matteo, e a trasportarlo ormai in condizioni gravissime in ospedale, dove è spirato pochi giorni dopo.
“Occorre sapere perché in una piscina profonda 80 cm possa essersi verificato un evento del genere- ha dichiarato l’avvocato Gramenzi – in un hotel resort a 4 stelle. I genitori vogliono che la verità venga accertata”. Sotto la lente degli inquirenti dunque, la possibile mancanza di una griglia di protezione o carenze nella manutenzione dell’impianto.





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