Crediti foto: WeWorld
ROMA – Mentre il Medio oriente ricade nel turbine della guerra, la Siria la guerra civile è ufficialmente finita, dopo la presa di Damasco da parte di una coalizione di gruppi armati l’8 dicembre 2024, che ha costretto alla fuga l’allora presidente Bashar Al-Assad. Domenica prossima, 15 marzo, il Paese ricorderà i 15 anni dallo scoppio di quel conflitto combattuto anche per procura da altre superpotenze, che ha causato 500mila morti e che continua ad avere ricadute drammatiche sulla popolazione: ancora il 90% vive in povertà. E mentre sembra che la Siria sia risparmiata dall’escalation del conflitto Usa-Israele-Iran, i bisogni umanitari internamente non solo non accennano a diminuire ma “anzi, aumentano, per via dei rifugiati siriani che stanno tornando dall’estero – si stima siano stati 2 milioni nell’ultimo anno”. Ne parla con l’agenzia Dire Luca Ricciardi, rappresentante paese di WeWorld, ong che ha avviato i suoi interventi in Siria proprio nel 2011 e ancora oggi lavora nei governatorati di Aleppo, Raqqa, Deir Ez-Zor e Daraa per sostenere istruzione per i minori e reddito per le famiglie.
In videochiamata da Damasco, Ricciardi avverte che a fronte di una popolazione che necessita di tutto, “le donazioni internazionali registrano una drastica riduzione” e ciò impedisce agli organismi come WeWorld “di sostenere la popolazione come vorremmo”. Da un lato il settore dell’umanitario ha sofferto la chiusura, decisa dal neoeletto presidente Donald Trump nel gennaio 2025, di chiudere Usaid, l’agenzia per la cooperazione allo sviluppo. “Noi non prendevamo direttamente fondi dagli Stati Uniti- chiarisce il responsabile- ma l’impatto si è fatto sentire ovunque. Molte persone da un giorno all’altro sono state private di servizi essenziali che prima venivano erogati dalle ong”.
La riduzione delle donazioni alle attività umanitarie soffre anche la scelta di molti governi di dare precedenza al finanziamento degli armamenti, sulla scia di un contesto globale sempre più instabile.
Ma gli effetti di 15 anni di conflitto costringono ancora la popolazione “a vivere una condizione economica difficilissima- avverte Luca Ricciardi- e ben 5 milioni di siriani sono ancora sfollati interni”. WeWorld, spiega il suo referente in Siria, ha come priorità l’assistenza a bambine e bambini “per garantire l’istruzione, e poi c’è l’assistenza idrica: portiamo acqua nelle scuole e nelle comunità per sostenere lo sviluppo economico” che deve essere “sociale e sostenibile”.
RIAPERTI I VALICHI DI FRONTIERA PER L’INGRESSO DEI BENI
La buona notizia è, con l’avvento del nuovo governo ad interim guidato dal premier Ahmed Sharaa, la riapertura permanente dei valichi di frontiera: “Sono per la maggior parte aperti- riferisce il responsabile di WeWorld- e i beni possono entrare sia dalla Turchia, che dal Libano – sebbene la guerra in Iran abbia reso più difficile il movimento delle merci”. Ma è urgente sostenere le famiglie: “Vediamo tanti meccanismi di risposta negativi’” riferisce Riciardi, che consistono nel sacrificio dei pià piccoli: “Per supportare economicamente le famiglie, soprattutto i bambini maschi sono spesso obbligati a lasciare la scuola per lavorare, mentre le bambine vengono costrette a sposarsi anche a partire dai 13 o 14 anni“. La chiave per invertire questo fenomeno “sta nel sostegno al reddito e all’istruzione” anche proponendo, accanto agli interventi umanitari, “una strategia di intervento che guarda ai prossimi cinque anni e che si fonda sulla collaborazione con le autorità locali”.
Proprio alle istituzioni, conclude Ricciardi, “spetta un lavoro enorme da realizzare con la società civile. Nel Paese ci sono ancora tensioni tra le tante etnie e gruppi che compongono il puzzle della società siriana, e che non possono spegnersi da un giorno all’altro. Bisogna ricomporre quel puzzle, rimarginando le ferite del passato: dimenticarle non sarebbe sufficiente”.







