‘Sputnik’, la voce di Putin: “Ma non chiamateci hacker”

Pala Marco Fontana, animatore dell'edizione italiana di 'Sputnik'
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ROMA – “Ai cittadini si vuol vendere che l’informazione non abbia padroni, ma è una bufala”: a parlare con la DIRE è Marco Fontana, animatore dell’edizione italiana di ‘Sputnik’, per molti né più né meno che la voce di Vladimir Putin in Italia. Trentanove anni, un passato con la storica emittente ‘Golos Rossii’, Fontana si divide tra il servizio stampa per la Regione Piemonte, quello per la Federazione medici pediatri di Torino e il lavoro con una decina di giornalisti e collaboratori italiani, firme di notizie, curiosità e storie viste anche dalla prospettiva di Mosca. “Lavoro per ‘Sputnik’ da anni”, premette, “e non ho mai ricevuto una telefonata con una richiesta di correggere un articolo o di lasciar stare determinati argomenti”. A chiamare avrebbe dovuto essere la redazione centrale, proprietà di ‘Rossija Segodnja’, il colosso fondato dal Cremlino nel 2013 e affidato al fedelissimo Dmitrij Kiselev: snodo di una rete che copre ormai mezzo mondo, con agenzie, siti e radiobroadcast in 30 lingue, dall’arabo al serbo, dal pashtun all’italiano, appunto.

La missione sarebbe bilanciare e “arricchire” il sistema internazionale dell’informazione. Lo strumento 800 ore di trasmissioni giornaliere e il lavoro 7/24 di uffici decentrati e redazioni regionali, da Washington al Cairo, da Pechino a Montevideo. Impegno necessario, altro che offensiva mediatica, sostiene Fontana. Che comincia dalla fine, ovvero dalle accuse rivolte a non meglio precisati “hacker russi” per le intrusioni informatiche al ministero degli Esteri italiano lo scorso anno. Le ultime rivelazioni, del quotidiano britannico ‘Guardian’, sarebbero solo mezze verità: “C’è anzitutto da chiarire come mai un cyber-attacco condotto da uno Stato estero non punti alle informazioni criptate”. Fontana, in realtà, sembra avere più certezze che dubbi: “Anche in quest’ultimo caso si sguazza nel campo della propaganda; e fa sorridere che dietro qualsiasi attività ormai ci sarebbe lo spettro di hacker di origine russa, quasi non ne esistessero di altri Paesi”.

E poi, forse per dovere di cronaca, rispunta la vicenda Cia-Edward Snowden: “Fino a oggi, l’unica attività di hackeraggio e spionaggio provata è quella effettuata da Barack Obama nei confronti dei suoi ‘alleati'”. Ma ce n’è anche per la stampa italiana. Che invece di salutare in ‘Sputnik’ una voce che arricchisce il panorama dell’informazione, andrebbe all’attacco, delegittimerebbe. “Anche ‘Usa Today‘ o l”Huffington Post’ hanno certe appartenenze ma non ci sogneremmo mai di chiederne la chiusura” assicura Fontana. Che su faziosità, padroni e false coscienze sostiene di avere le prove: “Tempo fa ho messo a confronto le dichiarazioni del governo di Matteo Renzi con le smentite delle agenzie di stampa: è bastato un retweet di TzeTze, sito di area Grillo-Casaleggio, per trasformarmi in un militante del Movimento Cinque Stelle e in un hacker al servizio di un piano russo di destabilizzazione”. Ma i grillini non stanno dalla parte giusta, allora? “Hanno posizioni filo-russe solo a parole” risponde Fontana: “Quando cerco di intervistarli non mi riesce affatto facile”.

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