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Le criptovalute possono cambiare il mondo, chi spera e chi ha paura

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Euro digitale, CBDC, criptovalute. Sigle che ormai compaiono ogni giorno ma spesso non accompagnate da informazioni chiare su che cosa sono, del rapporto e differenze tra di loro
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di Giovanni Perrone e Simone Stellato

ROMA – Negli ultimi anni la crescita esponenziale del progresso tecnologico e i costanti stimoli alla digitalizzazione a cui siamo costantemente esposti, hanno cambiato molti aspetti della nostra quotidianità. Se rimane pur vero che interi settori hanno dovuto riadeguarsi alle nuove logiche di mercato, è anche vero che uno tra questi è stato investito da una vera e propria rivoluzione. Stiamo parlando del ramo economico-finanziario e dell’opportunità che questo settore si sta trovando di fronte di questi tempi: la blockchain.

Nata come tecnologia sottostante alle criptovalute, col tempo la blockchain ha dimostrato tutte le sue potenzialità grazie alle sue caratteristiche fondamentali. Tra i tanti vantaggi offerti dalla blockchain, quello che sicuramente ha fatto drizzare le antenne ai paesi di tutto il mondo è relativo alla tracciabilità. Tutte le transazioni all’interno di questo grande registro distribuito che è la blockchain possono essere “sorvegliate” e controllate alla perfezione. Inoltre, grazie alla blockchain, lo scambio di denaro può avvenire molto più velocemente e in maniera molto più sicura rispetto a ora. Ecco perché in un’economia che si sta inevitabilmente digitalizzando, la costante ricerca di strumenti semplici, veloci e sicuri per inviare, scambiare e ricevere denaro è diventata una priorità.

Al giorno d’oggi tutti – dagli Stati fino ai grandi colossi tecnologici come Facebook e Amazon- comprendendo le potenzialità della blockchain, vorrebbero emettere una propria valuta digitale. Il sogno della valuta di Internet, di una moneta che superi il tempo e lo spazio, che tutti possano scambiare indipendentemente dai confini e che diventi egemone in tutto il mondo. Sono le cosiddette CBDC (Central Bank Digital Currency), valute digitali che sfrutterebbero i vantaggi offerti dalla blockchain, ma sarebbero comunque emesse da un ente centrale.

Per gli Stati Uniti si tratta di una vera e propria guerra per mantenere il dollaro come valuta di riferimento; per gli altri invece, una valuta digitale di questo tipo consentirebbe allo Stato che la emette di enfatizzare la propria sovranità slegando le sorti del proprio paese da quelle del dollaro made in Usa. La “dedollarizzazione” è infatti un obiettivo sempre più ricercato da molte nazioni: con l’introduzione di queste valute, gli Stati puntano a rendersi indipendenti per liberarsi da ogni tipo di giogo monetario estero. Forse un sogno ma è di questo che occorre tener presente anche per capire il perché di tanti attacchi.

Tra i paesi più grandi che sono già in una fase avanzata di sperimentazione delle CBDC, non si può non
menzionare la Cina, per molti già pronta a lanciare l’yuan digitale (eYuan) nel corso del 2022, avendo già “testato” la moneta all’interno del circuito finanziario del proprio paese. Anche l’eNaira, quella che dovrebbe essere la CBDC nigeriana, è in una fase molto avanzata di test e verifiche. In Brasile poi, così come in tutto il Sudamerica, altri paesi stanno discutendo delle CBDC e accelerando per testare ed utilizzare questi nuovi strumenti digitali.

In Europa i tempi sono più lunghi, forse per prudenza e forse anche per un pizzico di paura. La decisione verrà presa nel corso del 2022 e solo dopo verrà lanciato il primo prototipo, che sarà pronto a partire dalla seconda metà di questo decennio. L’obiettivo pare evidente: la possibilità di verificare e controllare tutte le transazioni tramite blockchain consentirebbe allo Stato e alla Banca Centrale che emettono la propria CBDC un aumento della centralizzazione e un controllo sempre più rigido delle finanze dei cittadini.

Sembrerebbe che l’unico problema da risolvere sia quello della privacy. Risposta sbagliata. Proprio ieri sono usciti i dati sull’inflazione negli Stati Uniti che fanno registrare un 6,8% nell’ultimo anno, un dato che non era così alto dal 1982. Il cigno nero Covid ha fatto sì che la Federal Reserve americana e la BCE si trovassero di fronte un’unica opzione: per salvare l’economia dal disastro bisognava – e bisogna – stampare più moneta. Nei paesi del Sudamerica, in quelli africani e asiatici l’inflazione viaggia spesso ai ritmi inimmaginabili di tre o quattro cifre all’anno. Voi pensate davvero che i cittadini di questi paesi –dove le banconote sono ormai cartastraccia – siano d’accordo con le CBDC? Che vogliano davvero aumentare il potere di uno Stato che li ha rovinati? Che si fidino ancora degli stessi politici che li hanno messi sul lastrico?

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Se ci pensiamo bene, la blockchain inizialmente nasce per uno scopo specifico: liberarsi dagli intermediari. Originariamente Satoshi Nakamoto, l’anonimo inventore di Bitcoin, inventa la prima criptovaluta per questo motivo: il sistema che si basa sulla fiducia di pochi ha fallito, bisogna crearne uno trustless che non abbia bisogno di intermediari singoli e che si basi piuttosto sul consenso della maggioranza. “Decentralizzare” è il motto della blockchain e delle criptovalute, quantomeno quelle solide, incensurabili e condivise. La blockchain non nasce per centralizzare ancora di più il potere nelle mani dei singoli Stati, ma proprio per il suo motivo opposto.

Ora non sorprende che la Cina, ricordiamo uno dei paesi più avanzati con i test della sua CBDC, abbia bannato a maggio di quest’anno i miners di Bitcoin, ovvero coloro che si occupano di validare le transazioni della criptovaluta. È chiaro che Bitcoin, nato e cresciuto con l’etichetta della decentralizzazione appiccicata in fronte, non piace alla Cina. Si potrebbe dire che tanto più un paese vuole esercitare controllo sui cittadini, tanto più non gli piacciono le criptovalute.

È vero che Bitcoin e altri protocolli simili hanno i loro difetti: quello che non piace sembra essere soprattutto la sua volatilità. Guardando finestre di breve termine Bitcoin sembra essere una montagna russa impazzita, ma è anche vero che dalla sua nascita a oggi Bitcoin è semplicemente uno degli asset finanziari più performanti della storia. Scarso e deflattivo per sua stessa natura (vi viene in mente qualcosa se pensate al Venezuela e alla sua inflazione del 1500% in un anno?), Bitcoin sta assumendo anche il ruolo di riserva di valore.

Sembra proprio che le CBDC siano semplicemente un’altra carta del mazzo. Il gioco però rimane sempre
lo stesso. Usare la blockchain per aumentare il controllo sul cittadino, per centralizzare sempre di più il
potere su di sé, su pochi eletti. Quella che ci troviamo di fronte è una vera e propria gara: faranno prima
gli Stati e i grandi colossi tech a lanciare la propria CBDC e sfruttare la blockchain a proprio vantaggio?
O saranno le criptovalute e la blockchain a diventare così tanto mainstream per convincere i cittadini che
se non esiste modo di cambiare le regole del gioco forse è tempo di cambiare il gioco?

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