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Fca, indagine Fiom: “Condizioni peggiorate per 6 su 10”

Riccione (RIMINI) - I lavoratori del gruppo Fiat bocciano senza mezzi termini le condizioni di lavoro. Per sei su 10
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Riccione (RIMINI) – I lavoratori del gruppo Fiat bocciano senza mezzi termini le condizioni di lavoro. Per sei su 10 infatti le condizioni negli ultimi anni sono peggiorate. È uno dei dati che emerge dalla ricerca “Il mestiere dell’auto” commissionata da Fiom e Cgil alle Fondazioni Sabbatini e Di Vittorio e presentata oggi a Riccione, in provincia di Rimini, in occasione della prima giornata del 27esimo congresso nazionale della Fiom.

La ricerca si divide in tre parti: un quadro generale sul mercato dell’auto e sul posizionamento di Fca; un questionario che ha appunto testato l’umore dei lavoratori; infine l’organizzazione del lavoro in base a una serie di interviste. Sul primo fronte, analizza Francesco Garibaldo della Fondazione Sabbatini, ha pagato negli Usa puntare su Jeep e Ram, ma non in Italia sull’Alfa Romeo, “una scommessa persa”. Il gruppo ha “rifiutato fino all’ultimo minuto l’elettrico e non ha una strategia sulla mobilità alternativa”. Mentre sulla guida autonoma ha investito con altre aziende su quella assistita. I progetti sulla 500 elettrica e la Jeep ibrida sono partiti, ma la vendita di Magneti Marelli e quella possibile di Comau preoccupano perché “tolgono risorse”.

Dunque i punti deboli, sintetizza, riguardano la quasi assenza in Cina, il ritardo sulle tecnologie innovative e la mancanza di strategia sulla mobilità alternativa. “Fiat non è priva delle competenze interne sulla transizione, ma gioca sui flussi di cassa e sulla vendita di asset quando serve una forte iniezione di capitale”.

Dunque, tira le fila Garibaldo, per l’Italia sono due le traiettorie: o Fca rimane attiva nel settore auto con investimenti significativi, gli attuali cinque miliardi di euro spalmati su tre anni sono “inadeguati”. Oppure ci sarà un “ridimensionamento” con la possibilità di uno “spezzatino” del gruppo. Per “discriminare” tra le due vie è necessario un intervento pubblico per un piano di mobilita nazionale.

Di certo, sottolinea Giuliano Ferrucci della Fondazione Di Vittorio, gli operai non sono molto contenti. Dai questionari raccolti con oltre 7.800 questionari in oltre 50 stabilimenti, circa il 20% degli operai, il voto medio dato a 14 aspetti del loro lavoro si ferma a 4,4 su 10 e “solo uno su sei esprime giudizi che in media arrivano alla sufficienza”. E in particolare dà i voti peggiori chi è iscritto al sindacato.

Per sei lavoratori su 10 le condizioni sono peggiorate negli ultimi anni. “Giudizio molto severo”, media del 3, per il World class manufacturing, Wcm, mentre la partecipazione dei lavoratori in un contesto proattivo interessa solo il 14,2%. Per uno su cinque “il rapporto con altre figure è nullo”. Dunque “disagio e insoddisfazione sono molto diffusi“; i più critici sono i lavoratori del centrosud, maschi e iscritti al sindacato; il giudizio sul Wcm è “molto negativo”; bassa la partecipazione in un contesto proattivo.

Per quanto riguarda le criticità maggiori, aggiunge Davide Bubbico dell’Università di Salerno, in Fca sono l’inquadramento professionale, l’intervento sindacale e l’organizzazione del processo lavorativo; in Cnh l’attività formativa, i servizi igienici e l’inquadramento professionale.

In base alla mansione i più critici sono gli addetti linea, sulla nocività i conduttori e gli addetti alla qualità, sulla turnazione gli indiretti di produzione. Così per il 60% dei lavoratori le condizioni di lavoro sono peggiorate, per il 30% sono stabili e per il 12% migliorate.

Sul fronte infortuni, prosegue la ricerca, si trasformano sempre più in qualcos’altro e la prima causa è lo scarso spazio della postazione. E nel 40% dei casi non vengono denunciati. Infine le condizioni di lavoro, caratterizzate da compressione dei tempi delle operazioni; intensificazione dei ritmi; aumento dei carichi di lavoro; peggioramento delle saturazioni; mancata risoluzione o peggioramento delle condizioni ergonomiche.

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