ROMA – “Stop all’invasione degli Emirati in Sudan, stop al genocidio dei mercenari degli Emirati ad El-Fasher”: è il titolo e l’appello del sit-in organizzato questo pomeriggio a Roma dalla comunità sudanese. Decine di persone si sono radunate a Piazza Santi Apostoli – anche con bambini e passeggini – per denunciare l’inerzia dell’Italia e del mondo. “Chiediamo all’Italia e all’Unione europea di fermare questo genocidio” dice Mussa Giddu, rappresentante della comunità sudanese di Roma. “Il coinvolgimento degli Emirati è grave, viola i diritti di un Paese sovrano”. Hassan, uno dei partecipanti, racconta all’agenzia Dire: “Sono nato ad El-Fasher e la mia famiglia, rimasta laggiù, è fuggita durante l’attacco di ottobre. Ho speso tantissimo per farli arrivare in un’area vicina al confine con il Ciad, in un villaggio alle porte di una città grande ma le cui autorità non hanno la forza di aiutare né proteggere nessuno. Gli manca tutto: la situazione è fuori controllo”. Hassan conferma che in quella zona le organizzazioni internazionali non ci sono perché “sussiste il pericolo concreto di violenze, mia madre già mi ha chiamato per dirmi addio”.
Tra i partecipanti c’è voglia di denunciare, ma fa soffrire ricordare le violenze che i loro cari hanno raccontato: “Fa troppo male”. Dalla caduta di El-Fasher a fine ottobre, dopo mesi di assedio, denunciano i manifestanti, dei 260mila abitanti del capoluogo del Nord Darfur a migliaia sono stati uccisi, torturati, le donne violentate, dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Al sit-in espongono foto dell’emiro Mohammed bin Zayed con la scritta “assassino”: la ragione è che gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di fornire armi e soldi alla milizia per prendere il controllo di giacimenti di petrolio e di oro. “Un esercito unico, un popolo unico”, scandiscono in arabo alcuni dei partecipanti. Dall’aprile 2023, le Rsf combattono contro reparti delle forze armate rimaste fedeli al generale Abdel Fattah Al-Burhan. Chi è sfuggito alle violenze ad El Fasher è stato trovato denutrito: Msf denuncia che più del 70% dei bambini sotto i cinque anni accolto dall’ong nella vicina città di Tawila sono gravemente malnutriti.
Mentre le donazioni internazionali arrivano a fatica, i sudanesi all’estero devono inviare soldi con attenzione: “Un mio amico in Italia è stato scoperto a mandare denaro alla famiglia- denuncia un altro dimostrante- e così dei criminali hanno catturato e torturato i suoi genitori e fratelli, chiedendogli 15mila euro di riscatto”. Khamis, un altro manifestante, racconta invece il dramma di chi è rifugiato in Ciad: “Eravamo fuggiti laggiù dopo la guerra del 2003, io ero piccolo, mia madre mi raccontò che fuggimmo di notte attraversando un fiume mentre le Janjaweed”, i paramilitari che oggi sono indicati come Rsf, “davano fuoco alle case. La gente morì bruciata o annegata”. Poi nel 2018, la famiglia decide di rientrare. Khanis viene in Italia, ma poi nel 2023 riscoppia la guerra. “I miei sono tornati in Ciad dove va meglio, c’è meno guerra” racconta. In Ciad però di lavoro non ce n’è. “Per vivere coltivano un pezzetto di terra”, dice Khanis. “Mio fratello maggiore invece è ancora a Khartoum, mi chiama ogni tre o quattro mesi perche mancano internet e la corrente elettrica”. Andrea Costa, presidente di Baobab experience, che in dieci anni ha sostenuto 120mila persone migranti a Roma, denuncia: “‘Aiutiamoli a casa loro’ sarebbe uno slogan bellissimo se smettessimo di vendere armi che alimentano guerre e migrazioni”.








