Siria, Aslan: “Così in tv mostro ai curdi la solidarietà italiana”

Il giornalista esule: "Cortei in diretta via satellite"
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MODENA – “Scendere in piazza, manifestare, esprimere solidarieta’ anche per le cause piu’ lontane geograficamente da noi, come quella verso il popolo curdo, e’ sempre utile. La scorsa settimana eravamo a Roma e trasmettevamo in diretta la manifestazione a sostegno del Kurdistan. Chi era in Siria o in Turchia in quel momento vedeva tutto quello che succedeva in Italia”.

Lo raccontano alla ‘Dire’ Hikmet Aslan e Mario Folchi, dell’associazione Verso il Kurdistan che, tra le altre cose, gestisce una televisione satellitare che dall’Italia trasmette in territorio turco, in Siria e in Medio Oriente dove tanti giornalisti non solo sono spesso sottoposti a censura ma rischiano il carcere quotidianamente.

Per questo Aslan, nato e cresciuto per gran parte della sua vita nel Kurdistan turco, ora e’ esiliato a Roma, dove porta comunque avanti la sua battaglia per la liberta’ del popolo che conta oltre 40 milioni di abitanti, divisi tra Turchia, Siria, Iran, Iraq e Armenia. “Grazie al sistema satellitare mandiamo in onda tutto quello che succede, anche tutti i cortei delle citta’ europee” spiegano i giornalisti. “La differenza con l’Italia e’ che spesso in Francia o in Germania a scendere in piazza sono gli stessi curdi che vivono in quelle nazioni, mentre qui da noi no.
Gli italiani si schierano a prescindere e per questo ci trattano in modo diverso dagli altri ‘ospiti’ quando andiamo la’. Quando dici che sei italiano loro ti chiamano subito ‘amico’”.

Le cose sono cambiate ancora quando anche le “destre” si sono schierate, sottolinea Aslan: “Ora che tutti i colori politici sono schierati contro l’attacco della Turchia la solidarieta’ e’ molto sentita”.
Si scende in campo si’, ma per cosa? In quanti sanno davvero che cosa sta accadendo in quella zona dell’antica mezzaluna fertile che non ha una vera e propria identita’? “Sono anni che in Europa passa il messaggio che i curdi vogliono uno Stato-nazione autonomo e che le lotte sono per questo, ma non e’ cosi'” dice Mirca Garuti, dell’associazione Kurdistan Emilia-Romagna. “Lo stesso Ocalan (leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk) al Newroz nel 2015 ha letto una lettera in cui dichiarava la sua propensione ad aprire uno stato di pace con la Turchia”. Nell’intervista il messaggio e’ chiaro: il popolo curdo non lotta e chiede uno Stato autonomo, vuole solo che vengano riconosciuti i suoi diritti. Punti chiave sarebbero la liberta’ di potersi spostare liberamente, mantenere la propria bandiera, le tradizioni o di poter studiare anche la propria lingua a scuola. “Le nostre televisioni non fanno altro che parlare di Siria, di guerra in Siria per l’indipendenza curda, quando in realta’ per molti combattenti si tratta di una vera e propria guerra civile perche’ molti curdi sono costretti a battersi anche con il popolo turco, di cui molti fanno parte”, sottolineano gli tre intervistati.
In questa situazione l’Europa “non dice niente”, denuncia Garuti. “Continua come se niente fosse gli accordi commerciali con la Turchia, che sono molto piu’ importanti dei diritti; cosi’ continuiamo a vendere armi alla Turchia, noi siamo complici della volonta’ di Erdogan, che e’ sempre stata quella di voler annientare l’etnia curda”. L’Europa, secondo Aslan, dovrebbe prendersi l’impegno di favorire un accordo anche perche’ la Turchia rappresenta un ponte tra Oriente ed Occidente e non puo’ essere lasciata fuori dal dialogo con l’Unione Europea.
Secondo Folchi, “i curdi fanno paura perche’ sono il popolo piu’ democratico che c’e’ e se venissero lasciati liberi molti perderebbero i loro interessi che fanno su quel territorio, dal commercio di armi a quello di petrolio”. Ma anche i curdi avrebbero le lore colpe. Prima su tutte, dice Aslan, quella di “essersi sempre presentati divisi in tanti partiti, in tante etnie e di non essersi presentati uniti”. Il giornalista aggiunge: “Teniamo pero’ sempre conto che i curdi derivano da una divisione tribale e anche se le tribu’ si sono sgretolate intorno agli anni ’50 e ’60 non e’ stato e non e’ facile unirsi”.
Tante divisioni si’, ma anche progresso se si pensa a tutto il lavoro fatto dalla popolazione curda dagli anni ’80 in poi in merito, ad esempio, all’emancipazione del ruolo della donna del matrimonio, dell’istruzione.
All’appello mancano gli Stati Uniti. “Gli americani pensano solo al petrolio, non alle persone”, denuncia il giornalista curdo, aggiugendo che dopo l’uccisione di Abu Bakr Al-Baghdadi Washington ha perso ogni interesse a proteggere il popolo curdo dal gruppo Stato islamico. “L’Isis al massimo cambiera’ nome – dice Aslan – ma tutti quelli che combattevano al suo fianco ora sono stati liberati dalla Turchia, tutte le persone che erano imprigionate sono ancora sul territorio, si tratta di piu’ di 900 persone”.

Sara Forni

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12 Novembre 2019
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