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In fuga da Gaza, il racconto: “Siamo topi in gabbia”

Parla alla Dire Massimo Annibale Rossi, tra i fondatori della Ong Vento di Terra: "La nostra scuola dell’infanzia del progetto ‘La terra dei bambini’ è stata abbandonata. Sono scappati tutti"

Pubblicato:12-10-2023 13:14
Ultimo aggiornamento:12-10-2023 13:14
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terra dei bambini ong
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ROMA – “A Gaza ora è come essere topi in gabbia, si cerca di individuare la situazione più sicura ma è un terno al lotto, non ci sono bunker o rifugi che possano proteggere le persone dalle bombe. La nostra scuola dell’infanzia del progetto ‘La terra dei bambini’ è stata abbandonata. Sono scappati tutti. Siamo alla quarta azione militare con i bombardamenti generalizzati”. Parla alla Dire Massimo Annibale Rossi, tra i fondatori della Ong Vento di Terra, e per molti anni suo presidente, che cura un progetto di supporto ai minori e alle famiglie palestinesi. “Noi operiamo in una delle zone più calde della Striscia di Gaza, il villaggio di Um Al Nasser, vicino al valico di Eretz contiguo al muro di separazione sul confine della No Go Zone– racconta Rossi- un’area di 1000 metri vietata agli umani così come alle capre. La maggioranza degli abitanti sono andati verso la costa, nel campo profughi di Jabalia, che è sotto l’UNRWA. Si parla di bombardamenti mirati, ma chi sta sotto le bombe ha un’impressione diversa, nella strage al mercato di Jabalia di lunedì è morta una persona del villaggio di Um Al Nasser” 

Nel centro “La Terra dei Bambini” c’è una scuola dell’infanzia e un luogo di riferimento per le donne che ospita una cooperativa di produzione di giocattoli in legno. Il progetto coinvolge 160 piccoli della materna. “La scuola è stata abbandonata, così come il villaggio. Nei campi profughi al momento non ci sono servizi, non c’è nulla. È plausibile che gli israeliani potrebbero decidere di riattivare l’occupazione totale- spiega Rossi- ma dal campo profughi arrivano sempre meno informazioni, i cellulari si stanno scaricando e senza energia elettrica sarà difficile trovare delle connessioni ad internet. Al momento la nostra Ong non è in grado di fornire alcuna garanzia o aiuti ai civili, purtroppo la tecnica del bombardamento mirato sta dando gli effetti che ha già causato in passato: distruzioni generalizzate e un numero di vite altissimo. Preoccupa, inoltre, la dichiarazione israeliana del taglio dei viveri, dell’acqua e dell’energia- ricorda l’ex presidente della Ong Vento di Terra- in particolare per gli ospedali, chi è attaccato a una macchina per sopravvivere ha poche possibilità di salvarsi se manca l’energia che alimenta i generatori”. 

La scuola dell’Infanzia di Um Al Nasser, l’unico comune beduino della Striscia di Gaza, è stata già ricostruita nel 2016, dopo che fu demolita nel 2014 con i bulldozer. “La caratteristica dei nostri progetti è portare l’architettura bioclimatica all’interno dei luoghi di conflitto, perché pensiamo che un edificio armonico, che punta al contatto con l’ambiente, porti anche una possibilità di vita più armonica per chi è sconvolto dal conflitto”. La situazione di oggi però è diversa da quella vissuta ne 2014. “Allora il bombardamento mirato funzionava in questo modo- spiega ancora Rossi- l’autorità israeliana aveva i numeri di telefono di tutti gli abitanti di Gaza, avvisava del bombardamento una sola famiglia per ogni palazzo. La famiglia che riceveva la telefonata doveva avvisare tutti gli altri condomini e scappare, perché dopo qualche minuto la struttura sarebbe stata distrutta. I disabili e i rassegnati, come gli anziani, venivano lasciati indietro, mentre spesso i bambini si nascondevano o si perdevano nella calca con la probabilità di rimanere sotto le macerie. E se all’epoca c’era la prassi dell’avviso, oggi non sembra esserci nemmeno quello. Credo che questa notizia, che ci arriva da Gaza, abbia una rilevanza significativa. Sembra che si sia superato il versante tragico e dolorosissimo da entrambe le parti, sia israeliana che palestinese, perché non ci sono più regole. Si contano 150 prigionieri israeliani, ma forse anche di più, che vivono la stessa sorte, una cosa simile non è mai avvenuta prima”.


Il blocco scatena paure anche dal punto di vista idrogeologico. “Nella striscia di Gaza vivono oltre due milioni e trecentomila persone in circa 20 km quadrati, una condizione fragile a causa della salinizzazione delle falde acquifere. Se gli israeliani manterranno il blocco anche degli alimenti e dell’acqua, i palestinesi finiranno per bere l’acqua di mare. Mi chiedo qual è la strategia di Israele- continua Rossi- aggiungere alla tensione militare anche l’emergenza umanitaria e la carestia, o vedere morire centinaia di persone per fame e stenti? Non si capisce a cosa possa portare questo blocco. I palestinesi sono spinti a concentrarsi il più possibile, ma in queste condizioni la persona può arrivare a un livello tale di fatica che la morte sembra meglio di un certo tipo di vita. Lo pensano, purtroppo, tante persone che ho incontrato- racconta Rossi- mi dicevano che piuttosto che vivere in una prigione a cielo aperto per decenni e senza nessuna prospettiva, forse era meglio morire”. Un messaggio atroce che arriva anche dai bambini: “Oggi i bambini ti dicono che vogliono morire per la Palestina e hanno solo 6 o 8 anni al massimo. Quindici anni fa ero a Qalandia e ho visto al checkpoint i soldati israeliani in posizione per tirare contro un gruppo di ragazzini del campo che lanciavano pietre, il più grande aveva 10 anni. Sono andato a parlarci e gli ho chiesto ‘Perché lo fate, possono ammazzarvi!’. La loro risposta fu: ‘E cosa cambia se ci ammazzano’. Questo è il punto di non ritorno, l’abisso. Ho l’impressione che la caratteristica pregnante sia la metonimia: ricostruiamo una parte per il tutto, c’è la sofferenza per la morte dei giovani israeliani al rave ma ci sono una marea di concause e provocazioni in un contesto molto complesso”.

L’epicentro di tutto il disastro dal 2001, il punto di non ritorno, secondo l’ex presidente della Ong “è che la spianata delle moschee possa essere profanata. Agli occhi dei palestinesi l’angoscia, l’incubo più grande, è che il terzo luogo santo per 1 miliardo e 200 milioni di islamici possa essere tolto ai fedeli, demolito. Non c’è nessun limite, nessun parametro, di fronte a questo si può rischiare la vita propria e della famiglia. Dobbiamo operare un cambio di paradigma e iniziare a pensare in maniera differente. È molto utile, quindi, chiedersi a cosa serve tagliare i rifornimenti?”.

Al momento l’ong ‘Vento di Terra’ cerca di tenersi in contatto con lo staff del progetto ‘La Terra dei Bambini’: “Sono appena arrivati al campo profughi, l’unica possibilità di accoglienza sono le aule scolastiche, come accadde nel 2014, spazi non attrezzati in cui dormono le donne e i bambini, mentre gli uomini stanno nel cortile. All’epoca c’erano i razionamenti, ora probabilmente mancheranno anche questi– conclude- e secondo le ultime statistiche delle nazioni unite attualmente sono 320mila i profughi”.

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