Indice globale fame 2020, con Covid e clima si torna indietro

Le attivita' economiche locali, tra cui agricoltura e allevamento, sono duramente colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici
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ROMA – La pandemia e le sue conseguenze economiche potrebbero raddoppiare il numero di persone colpite da crisi alimentari acute: l’allarme giunge dalla quindicesima edizione dell’Indice globale della fame (Global Hunger Index – Ghi 2020) presentato oggi dalla Fondazione Cesvi, che ha curato l’edizione italiana, e realizzato da Welthungerhilfe e Concern Worldwide. I ricercatori, formulano alcune previsioni alla luce di problemi già osservabili innescati dalla pandemia, primi tra tutti quelli derivanti dalle misure adottate in tutto il mondo per contenere la diffusione del Covid-19.

I cosiddetti “lockdown”, secondo gli analisti, hanno aumentato l’insicurezza alimentare limitando in alcune aree l’accesso ai campi e ai mercati, provocando impennate localizzate dei prezzi alimentari e riducendo le opportunità di reddito, in altre parole diminuendo la capacità delle popolazioni vulnerabili di acquistare cibo. La pandemia sta avendo effetti anche sulla nutrizione: nel 2020, ad esempio, le scuole hanno chiuso in varie parti del mondo, impedendo spesso ai bambini di ricevere un pasto giornaliero nutriente. Inoltre, la recessione economica globale prodotta dalla pandemia potrebbe provocare un aumento di 80 milioni del numero di persone malnutrite nei soli Paesi importatori netti di alimenti. La contrazione economica associata alla pandemia potrebbe aumentare di 6,7 milioni i bambini che soffrono di deperimento – indice di malnutrizione acuta – nei Paesi a basso e medio reddito. Potrebbero inoltre verificarsi 130.000 decessi di bambini in più a causa di questo aumento del deperimento infantile e alle riduzioni dei servizi nutrizionali e sanitari provocate dalla pandemia. Più in generale, l’Indice globale della fame ha permesso di comprendere che gli eventi del 2020 hanno messo a nudo molti punti deboli del sistema alimentare mondiale, che ha dimostrato di non essere in grado di sconfiggere la fame entro il 2030 e di essere inadeguato per fare fronte anche alle crisi in corso: non c’è solo la pandemia di Covid-19, ma anche le altre epidemie endemiche, insieme agli effetti del cambiamento climatico e delle infestazioni di insetti. Il report conclude sollecitando la necessità di affrontare in modo olistico le varie sfide, per evitare future crisi sanitarie, risanare il pianeta e porre fine alla fame.

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IN SOMALIA DUE MILIONI IN CRISI ACUTA

In Somalia oggi 2,1 milioni di persone vivono in uno stato di crisi alimentare acuta e il 12,2 per cento dei bambini (ossia 849.900) muoiono prima di aver compiuto cinque anni, che corrisponde al valore piu’ alto al mondo in assoluto. A determinare questa situazione e’ la combinazione di tre grandi minacce: siccita’ prolungate alternate a inondazioni, l’invasione di locuste sempre piu’ aggressive, e le epidemie, quelle di malaria e colera, a cui nel 2020 si e’ aggiunta quella di Covid-19″. A lanciare l’allarme sul “Paese piu’ fragile del Corno d’Africa” e’ Isabella Garino, capo missione in Somalia e Kenya di Cesvi, fondazione che nel 2020 ha realizzato 122 progetti, prestando assistenza a un milione di persone. Garino ha presentato i dati contenuti nella quindicesima edizione dell’Indice globale della fame (Global Hunger Index – Ghi 2020) presentato oggi dalla Fondazione Cesvi, che ha curato l’edizione italiana, e realizzato da Welthungerhilfe e Concern Worldwide.

La responsabile ricorda che in Somalia la situazione economica e sanitaria era gia’ fragile da tempo, come lascito di oltre 20 anni di guerra civile e di epidemie endemiche, tra cui malaria e colera. Secondo Garino, “gia’ 5,2 milioni di persone erano bisognose di assistenza umanitaria prima della pandemia”. Le attivita’ economiche locali, tra cui agricoltura e allevamento, sono infatti duramente colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici. “Le siccita’ sono sempre piu’ lunghe mentre le inondazioni violente” dice Garino, avvertendo che questi fenomeni “favoriscono il proliferare delle locuste che divorano i raccolti”.

La pandemia di coronavirus ha peggiorato la situazione anche riducendo i commerci, le attivita’ economiche locali e dimezzando le rimesse dall’estero. “Fino al 2019 si stimava che in media, i somali all’estero inviassero circa 2 miliardi di dollari alle famiglie d’origine, sostenendo circa il 40 per cento della popolazione” dice la responsabile di Cesvi. “La recessione globale ha colpito anche i somali della diaspora, riducendo le rimesse di circa il 50 per cento e questo, dimezzando la disponibilita’ economica delle famiglie, ha peggiorato la loro possibilita’ di procurarsi cibo”.

Per far fronte a questa situazione, Cesvi in Somalia agisce attraverso programmi rivolti a salute, nutrizione, sicurezza alimentare, resilienza, igiene e accesso all’acqua. “Il nostro obiettivo – ha sottolineato Garino – e’ migliorare trasversalmente la resilienza delle comunita’ e la capacita’ di reagire agli shock ricorrenti”.

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12 Ottobre 2020
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