In Mali a fianco delle coltivatrici, anche per costruire la pace

Il clima cambia, la cooperazione e le ong italiane vanno avanti
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ROMA – Chi scava un pozzo aiuta la pace. Dandole un’opportunità in più. È vero in tanti angoli d’Africa ed è ancora più vero nel Sahel, una delle regioni al mondo più colpite da cambiamenti climatici, degrado dei suoli e desertificazione. E negli ultimi anni, almeno dal 2012, sempre più a rischio anche sul piano della sicurezza. Prendete il Mali, epicentro di nuove crisi, allo stesso tempo ambientali, sociali e pure politiche, come confermato da un nuovo intervento dell’esercito, che il 18 agosto ha destituito il presidente Ibrahim Boubacar Keita, sfilato a Bamako e istituito il Comité national pour le salut du peuple.

Quale sia la posta in gioco lo si capisce uscendo dalla capitale, puntando a est e a nord, verso la strozzatura centrale che divide il Mali in due ali di farfalla. “Nell’area di Mopti conflitti e violenze tra comunità sono all’ordine del giorno e ormai la gente ha paura di spostarsi” spiega Marco Alban, coordinatore dei programmi internazionali dell’ong Cisv, in un’intervista con Oltremare, il magazine dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). “Per raggiungere un pozzo prima si percorrevano anche 30 chilometri, adesso non ci si mette più in cammino: troppo pericoloso, nell’area sono arrivati anche gruppi ribelli costretti a ripiegare dopo la controffensiva militare nel nord”.

È proprio l’acqua all’origine delle tensioni tra le comunità. Pastori e allevatori, da una parte, agricoltori e contadini, dall’altra. Secondo stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) diffuse a giugno, solo nelle aree di Mopti, Sevaré e Fotama gli sfollati censiti sono più di 50mila. E nelle ultime settimane le cose non sono migliorate: le piogge sono cominciate solo a luglio e sono state torrenziali, provocando inondazioni e compromettendo raccolti. Contribuire alla pace oggi vuol dire aiuto nell’emergenza, purché coniugato con un’attenzione alla sostenibilità ambientale e all’impiego ottimale delle risorse.

Secondo Alessandra Piermattei, titolare della sede di Aics che da Dakar coordina i progetti in Mali, “bisogna intervenire sia sui bisogni immediati della popolazione colpita direttamente nel conflitto, garantendo mezzi di sussistenza e sopravvivenza, sia con il sostegno al settore privato e alle attività generatrici di reddito nelle aree meno esposte”. Un doppio binario, percorso insieme con organizzazioni non governative italiane e partner locali. Con un primo impegno al fianco degli sfollati e delle comunità che li ospitano e un secondo, a medio e lungo termine, per rafforzare la resilienza e la capacità di risposta della società civile e delle realtà locali.

“La componente acqua è centrale per il sostegno all’agricoltura, per la gestione dei conflitti e per la tutela della salute” riprende Alban: “Penso al lavaggio delle mani, nel pieno della pandemia del nuovo coronavirus, alle motopompe per irrigare gli orti o all’abbeveraggio degli animali”. Insieme con Lvia e WeWorld-Gvc, ong partner, Cisv opera nell’area di Mopti. Il progetto è sostenuto da Aics, come quello coordinato da Coopi nelle vicine aree di Segou e Koulikoro, sul doppio binario della sicurezza alimentare e della nutrizione, con la presa in carico di circa 10mila bambini con meno di cinque anni di età. C’è poi un terzo programma, affidato a Engim, un’ong specializzata in formazione, al lavoro con Caritas Mali e l’italiana Iscos. In questo caso la zona di intervento è differente. Siamo più a ovest, lungo quella che chiamano la “strada della speranza”, lontani da Mopti e dalle zone sono si concentrano gli sfollati del conflitto.
“Contribuiamo al rafforzamento della resilienza di potenziali migranti e retournés lungo la tratta Guinea Bissau, Senegal e Mali” sottolinea Valentina Topputo, di Engim. Nel colloquio con Oltremare tornano le parole formazione, microimpresa e partecipazione. “Declinata spesso al femminile”, aggiunge Martina Concetti, la coordinatrice del progetto. “Stiamo riproducendo il modello sperimentato a Mopti, sia con la creazione di punti d’acqua e di orti per agricoltrici con una formazione specifica sia con un intervento sulle sementi, affiancando cooperative con una forte partecipazione di donne nel passaggio verso la produzione di eccedenze che consentano la vendita e nuovi investimenti”.

Dalla crisi allo sviluppo. Nella consapevolezza che la recinzione di un campo può scongiurare violenze tra contadini e allevatori ma anche solo, ad esempio nel distretto di Kita, lungo la “via della speranza”, proteggere i germogli dagli ippopotami. Difficile capire fino a che punto la protezione del territorio, con la valorizzazione delle produzioni locali e il sostegno all’autosufficienza alimentare, possano bastare per assicurare la pace. La premessa, secondo Topputo, è che nella scelta dei beneficiari bisogna tener conto di equilibri delicati. “Lavoriamo con i migranti di ritorno”, sottolinea la responsabile, “ma facciamo sempre riferimento ai sindaci e ai capovillaggio perché se escludessimo i contadini che non sono mai partiti si creerebbero tensioni”.

Secondo Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu per la povertà estrema e i diritti umani, la pandemia di Covid-19 ha portato il mondo almeno sei anni indietro. “I Paesi in via di sviluppo sono stati in assoluto i più colpiti in questi mesi di lockdown” ha aggiunto l’esperto, durante un seminario organizzato dalla Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (Unccd). Di ambiente e sostenibilità, anche sociale, parla anche Piermattei. “Sono al centro, dal 2012, dell’azione di Aics e delle ong italiane in Mali” sottolinea. “La base è una expertise importante in tema di lotta alla desertificazione, che consente programmi agricoli mirati, legati a una visione sostenibile in un ecosistema fragile come quello del Sahel”.

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12 Ottobre 2020
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