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11 SETTEMBRE 2001 – 2021

11 settembre
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ROMA – Un percorso lineare o forse un cerchio, che ritorna al punto di partenza. Come se tutto fosse da rifare, tutto da riscrivere e nulla sia valso a nulla. Il Tempo sembrerebbe essersi ripreso questi 20 anni. E questo anniversario dell’11 settembre, con le 2.977 vittime degli attentati alle Torri gemelle a New York, al Pentagono, a Washington, in Pennsylvania e in Virginia, tra lo sgomento e l’incredulità di una generazione intera, in Europa e nel mondo, è diverso da tutti gli altri. Ha acquisito un significato nuovo, quasi avesse rivelato il suo vero volto, alla luce delle vicende afghane, con il ritiro americano e la vittoria dei guerriglieri talebani.

Ne leggiamo in un questo speciale, voci raccolte dall’agenzia Dire per approfondire, capire e porre domande. Riflettendo sul perché siano fallite la “guerra al terrorismo” e l’“esportazione della democrazia”, parole d’ordine rilanciate anche dai nostri giornali liberali, utilizzate per giustificare invasioni e bombardamenti decisi da uno Paese solo bypassando il diritto internazionale. Tra gli attentatori dell’11 settembre c’erano cittadini sauditi e di altri Paesi, non afghani. Ma oggi ci chiediamo, soprattutto: cosa resta di questi 20 anni? Il carcere militare di Guantanamo, extra-territoriale ed extra-legale, oltre 700 detenuti per anni senza processo e una manciata di condanne, zero diritti, tra denunce di abusi e torture. Il Medio Oriente in fiamme, pure travolto dalla guerra, con gli amici di ieri (le armi a Saddam Hussein nemico dell’Iran) trasformati in detentori di arsenali chimici (la provetta del segretario di stato Colin Powell all’Onu). Sono ancora lì pure milioni di giovani e giovanissimi, che sognano di conquistare diritti e democrazia dall’Iraq alla Siria, un altro Paese dove la “linea rossa” da non oltrepassare gli americani l’hanno tracciata sulla sabbia.

E ci sono loro, i talebani. In festa e protagonisti di questo anniversario, paradossalmente più delle vittime dell’11 settembre e dei loro familiari, cittadini del mondo, sparsi in 90 Paesi. Del nuovo governo annunciato in Afghanistan faranno parte ministri e dirigenti da anni nelle liste dell’anti-terrorismo americano ed ex prigionieri di Guantanamo. I “terroristi” di ieri sono i padroni di oggi. Il riconoscimento del loro governo è già nei fatti per Pakistan, Cina o Russia. Stati Uniti ed Europa protestano ma sono pronte a trattare, perché hanno perso la guerra. E le ultime parole, in attesa che il Tempo le riscriva o se le porti via, sono ora del primo ministro Hassan Akhund: “Il tempo degli spargimenti di sangue è finito, abbiamo una grande responsabilità nei confronti del nostro popolo”. Buona lettura.

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