venerdì 17 Luglio 2026

Ecco perchè Trump ha sbagliato a fare la guerra all’Iran: “Teheran è più forte”, lo dice l’esperto

La lettura di Andrea Dessì: "L'Iran è una civiltà millenaria, con una fortissima identità nazionale ed esperienza: sicuramente Teheran non negozia, tanto meno si arrende, sotto minaccia"

ROMA – Da Iran e Stati Uniti “sembrano arrivare segnali positivi ma non è la prima volta che Trump annuncia l’imminenza di un accordo, e la situazione rimane fluida e piena di insidie. Quanto si dice in queste ora riguardo la bozza di accordo Usa-Iran dimostra che sono gli Stati Uniti ad aver accettato i maggiori compromessi: l’eventuale memorandum si concentra sulla riapertura di Hormuz, lo scongelamento dei fondi iraniani, l’allentamento delle sanzioni e la tregua anche in Libano, e intanto apre a un periodo di 60 giorni per il negoziato sul nodo più complesso: la questione del nucleare. Ma sarà impossibile tornare all’accordo del 2015″. A parlare con l’agenzia Dire è Andrea Dessì, docente di Relazioni internazionali alla American University of Rome (Aur) e consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai) di Roma.

Andrea Dessì

L’esperto cita il titolo di un editoriale dell’Economist di ieri: “Trump è stato costretto a ingoiare il rospo”, per via delle pressioni politiche ed economiche che internamente sta subendo. “Ci sono tante lezioni da imparare da quello che è successo: primo, sarà difficile tornare alla situazione in cui era Hormuz prima della guerra: sebbene anche l’Iran abbia rinunciato a chiedere tariffe per il passaggio delle navi, potrebbe ottenere fondi ‘di gestione’ del canale per sé e per l’Oman. Ha dimostrato poi di aver saputo aspettare 30 anni per giocarsi la carta di Hormuz, e solo dopo essere stato attaccato”.
Secondo, “non c’è dubbio che l’accordo sul nucleare siglato da Obama nel 2015 fosse migliore, ma Trump nel 2018 è stato convinto a violarlo per pressioni politiche interne e dell’establishment israeliano, per tornare a imporre sanzioni e congelare asset iraniani all’estero. Queste però- argomenta il docente- non ha prodotto nessuna resa da parte dell’Iran. Anzi: da questa guerra il regime esce rafforzato. Ha dato prova di poter resistere alle pressioni economiche e ai danni di ben due guerre”.
Terza lezione, “essere una delle prime potenze militari mondiali come sono gli Stati Uniti non porta
necessariamente a ottenere migliori condizioni in un negoziato”. L’Iran, osserva il professor Dessì, “è una civiltà millenaria, con una fortissima identità nazionale ed esperienza: negoziare richiede tempo e capacità, e sicuramente Teheran non negozia, tanto meno si arrende, sotto minaccia“.

Sebbene Trump in queste ora sostenga di aver vinto la guerra, e che le indiscrezioni sull’intesa siano “tutte fake news” nei fatti sono proprio gli Stati Uniti ad aver accettato i maggiori compromessi, come dimostra il possibile scongelamento di 24 miliardi di fondi iraniani o impegni Usa per la ricostruzione da 300 miliardi, da definire coi suoi alleati. Ma, soprattutto, secondo Dessì “Washington ha dovuto rinunciare agli obiettivi massimalisti definiti con Israele il 28 febbraio”.
Se da un lato l’Iran si impegna a non produrre armi nucleari, sottolinea il docente, “sembra che gli Stati Uniti stiano accantonando la richiesta di estrapolare tutte le scorte di uranio arricchito dal territorio iraniano, accettando di fatto quanto offerto dall’Iran qualche tempo fa, ovvero un processo di diluizione dell’uranio da intraprendere in Iran sotto supervisione dell’Onu”. Per non parlare poi della fine del regime degli ayatollah e della protezione delle popolazione iraniana, dopo i manifestanti uccisi o giustiziati nelle proteste antigovernative di gennaio, a cui Stati Uniti e Israele avevano promesso di accoglierne le istanze di libertà e democrazia: “Le Guardie rivoluzionarie hanno un controllo decisamente solido del territorio“, osserva l’esperto.

Resta poi il Libano: “L’Iran, almeno a parole, continua a chiedere il cessate il fuoco e l’uscita dell’esercito israeliano, che ha invaso il Paese per la quarta volta e ha spinto nella crisi umanitaria il 20% della popolazione”. Anche in questo caso però, bisognerà attendere l’esito dei negoziati Usa-Iran. Secondo Dessì, però, “l’uso della violenza inaudita da parte di Israele – con modalità che ricordano Gaza – per ottenere la sicurezza nazionale, in realtà finirà per aprire un nuovo ciclo di violenza, nel Paese e nella regione”. Un’altra lezione che il docente suggerisce: “Hezbollah rappresenta un problema per la sovranità libanese tanto quanto Israele”. Ma l’uso delle armi per il docente deve finire, “insieme all’occupazione dei Territori palestinesi”. Per il docente dell’American University, un rischio è l’amministrazione Netanyahu, che potrebbe tornare a “attaccare con forza il Libano, oltre che Gaza e la Cisgiordania occupata per riaccendere le tensioni e far collassare i negoziati con l’Iran“.

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