ROMA – Aveva detto che viveva nel presente. Che il passato non lo interessava molto. David Hockney è morto a 88 anni, e lascia dietro di sé sessant’anni di arte che hanno ridisegnato il modo in cui guardiamo il mondo, le piscine di Los Angeles, la luce californiana, i corpi nell’acqua, il dolore travestito da edonismo. Così lo ricorda il Guardian, e tutta la grande stampa internazionale.
Nato a Bradford nel 1937, quarto di cinque figli in una famiglia operaia dello Yorkshire, Hockney dimostrò presto che le regole erano una questione negoziabile. Al Royal College of Art di Londra, dove arrivò nel 1959, si rifiutò di dipingere una modella dal vero e di scrivere il saggio richiesto per l’esame finale. Il Royal College, riconoscendo il talento che stava coltivando, piegò i propri regolamenti e gli consegnò ugualmente il diploma. Era solo l’inizio.
Negli anni Sessanta, con i capelli biondo platino e gli occhiali dalla montatura spessa, Hockney attraversò il circuito delle feste londinesi e americane accanto a Warhol, Dennis Hopper, Ossie Clark — guadagnandosi la fama di playboy e flâneur. Ma sotto quella superficie bohémien restava intatta l’etica del lavoro dello Yorkshire: nemmeno un ictus nel 2012, che gli compromise temporaneamente la parola, lo fermò davanti alla tela.
A Los Angeles, dove si trasferì a metà degli anni Sessanta, trovò il suo soggetto più celebre. Le piscine divennero il teatro delle sue scene più note: A Bigger Splash, Portrait of an Artist (Pool With Two Figures), venduto da Christie’s nel 2018 per 90 milioni di dollari, record mondiale per un artista vivente. Era ispirato alla fine di una storia d’amore. La critica lo definì una distillazione di amore e dolore.
Negli stessi anni, mentre fotografava i soggetti dei suoi dipinti con una Polaroid, Hockney inciampò nella fase successiva della propria carriera: il fotocollage. Più immagini assemblate per sovvertire la prospettiva, con un’eco cubista che gli valse i paragoni con Picasso, il suo idolo dichiarato. Poi vennero le scenografie teatrali, i paesaggi astratti, e infine l’iPad, sul quale dipinse una quantità enorme di opere che inviava via email ad amici e conoscenti con l’entusiasmo di un ragazzo. La tecnologia, diceva, lo interessava solo quando riguardava le immagini.
Fumatore per tutta la vita, convinto che le sigarette facessero bene alla salute mentale, rifiutò più volte il titolo di cavaliere e una volta declinò l’invito a ritrarre la regina. Il suo anticonformismo aveva radici profonde e coerenti: nel 1961, quando l’omosessualità era ancora reato in Gran Bretagna, dipinse We Two Boys Together Clinging, tratto da una poesia di Whitman. Negli anni successivi continuò a raffigurare la vita gay con un’onestà che stonava vistosamente con il clima morale del paese.




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