Favole della buonanotte, solo il 28% dei genitori le racconta. Eppure sono fondamentali

In molti preferiscono delegare agli smart speaker. L'intervento della senatrice Pd Vanna Iori: "Come può un supporto tecnologico sostituire un genitore?'"
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ROMA – Secondo un sondaggio del Charity Book trust che ha intervistato 1000 genitori di figli con meno di 10 anni, soltanto il 28% ha l’abitudine di leggere loro una storia prima di andare a dormire. Soltanto un genitore su quattro ritiene importante raccontare una favola per conciliare il sonno dei bambini e consolidare il rapporto con loro.

La maggior parte dei genitori, invece, lascia che siano le apparecchiature tecnologiche e l’intelligenza artificiale a prendersi cura dei figli, tralasciando l’importanza della loro presenza, degli sguardi, del tono della voce, della vicinanza posturale, di un abbraccio, di tutto ciò che accompagna la lettura.

“Nell’epoca del tempo che non basta mai e delle difficoltà sempre maggiori insite nel prendersi cura degli altri, molte famiglie delegano agli smart speaker il compito di far sentire meno soli i bambini che, a loro volta, trovano sempre più spesso proprio nella solitudine della tecnologia, il loro modo di stare al mondo, di apprendere, di giocare, di costruire relazioni (virtuali)”, riflette la senatrice Pd Vanna Iori.

“Quella di leggere una storia ai propri figli prima di dormire è un’abitudine secolare che oltre ad aiutarli ad addormentarsi, crea una fondamentale intimità con la madre o il padre e fa capire al bambino che i genitori ci sono, sono disponibili, vicini e vogliono prendersi cura di loro. Come può un supporto tecnologico sostituire un genitore nello svolgimento di questo aspetto fondamentale del rapporto genitoriale?- si chiede Iori- In questo modo si trasmette, da una parte, il messaggio che i libri non sono importanti e, dall’altra, ancora più grave, si comunica una disattenzione alla vita emotiva e affettiva dei propri bambini. Diventa difficilissimo costruire rapporti empatici se non si è capaci di prendersi cura dentro le relazioni che si costruiscono giorno dopo giorno, attraverso questi piccoli e grandi gesti”.

La narrazione delle storie “ha un fondamentale valore terapeutico perché mentre si svolge il racconto ci si prende cura del rapporto con il bambino. Con le storie ci si dedica a qualcuno, si fortificano le relazioni esistenti e si svolge un compito educante”.

Le storie “portano con loro emozioni, paure, allegorie, istinti. Ma anche domande: “perché?” chiedono i bambini succede questo nella fiaba? Ed è il genitore, con il tono di voce, con una carezza, con lo sguardo in grado di spiegare, veicolare, rendere comprensibili e mai spaventose. Le “storie che curano” (Hillman) servono a spiegare ai bambini la realtà e come fronteggiarla, a familiarizzare con le paure in un contesto relazionale protetto e rassicurante. Può un robot sostituire questa attività? Può un robot spiegare le regole, i valori sociali, le paure che si nascondono dietro i fatti narrati in una storia? Può spiegare sentimenti come la paura, il rifiuto, la perdita, i cambiamenti? Le favole servono a garantire consapevolezza e maturità, aiutando il bambino nel percorso di crescita e facendolo orientare tra i sentimenti. Il bambino impara a pensare e ad agire. Le storie guidano i più piccoli alla scoperta di sé stessi. Pensare che in questo percorso siano accompagnati dalla voce anonima di una tecnologia di ultima generazione, è triste e doloroso. Che ne sarà dei loro ricordi d’infanzia?”, conclude la senatrice. 

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12 Giugno 2019
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