Pediatria, Galli: “Pericoloso viaggiare con superficialità”

"A rischio specialmente chi torna in paesi d'origine"
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ROMA – Il fenomeno dei bambini viaggiatori “e’ in costante aumento, riguarda anche bambini molto piccoli, neonati e lattanti”. Una categoria vasta che ormai non comprende solo i “bambini turisti, ma anche coloro che tornano nel Paese d’origine, a trovare la propria famiglia, i propri nonni. Si tratta di bambini che viaggiano per periodi lunghi, anche 2-3 mesi”. Questa seconda categoria di bambini va tenuta sott’occhio, perché “spesso viaggiano senza prestare grande attenzione a cosa mangiano, a dove sono. E poi ci sono i rifugiati, gli immigrati, che viaggiano per i motivi ben noti. Dunque abbiamo una popolazione estremamente eterogenea” . Lo spiega alla DIRE Luisa Galli, docente di pediatria al Dipartimento di scienze della salute all’Università di Firenze, intervenuta al congresso di pediatria Sip in corso a Roma.
“Chi viaggia per turismo- precisa l’esperta- fa spesso un counceling pre-viaggio. Chi invece torna a casa per trovare la famiglia d’origine non lo fa, invece sarebbe utile la consulenza su vaccinazioni, cosa bere e cosa mangiare. Nei Paesi a rischio malaria, ad esempio, e’ consigliata la profilassi contro la malaria”. Galli raccomanda pero’ massima attenzione “a quando questi bambini viaggiatori tornano. E’ lì che bisogna capire se hanno contratto una malattia, come malaria, tifo o epatiti, o magari patologie più banali come diarrea o infezioni respiratorie banali. Il pediatria sia consapevole, sia delle prevenzione che del modo in cui si affronta le patologie del viaggio, sia banali che importanti” .
Fare una stima dei bambini viaggiatori nel mondo non e’ facile, “si stima che solo negli Usa siano 2 milioni ogni anno”. Ultimamente il rischio pare aumentare, visti i genitori dei bambini migranti “che non hanno consapevolezza delle conseguenze e non hanno la percezione che il proprio figlio possa essere a rischio. Un bambino piccolo- termina- non e’ poi mai stato a contatto coi parassiti e ha un ecosistema intestinale che non lo protegge nei confronti dei patogeni che affronta in questi Paesi”.

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