Sud Corea, Moon: “Via da scuola i libri di storia ‘conservatori'”

Mercoledì, nel giorno del suo insediamento, il nuovo presidente della Sud Corea ha dichiarato guerra ai colossi industriali
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ROMA – Il nuovo Presidente sudcoreano annulla una delle principali riforme del governo conservatore precedente: la riforma dei testi di storia destinati alle scuole medie e superiori. Moon Jae-in, investito della carica presidenziale appena due giorni fa, ha deciso di abolire i testi scolastici introdotti dal governo di Park Geung-hye, in quanto avrebbero rappresentato “il tentativo di dividere il Paese”. Secondo gli analisti più critici della riforma, quei testi avrebbero promosso una visione “scorretta e faziosa” della storia del paese. Troppo “morbida” anche la posizione nei confronti del dittatore Park Cheung-hee, il padre dell’Ex Presidente Park Geung-hye. L’esecutivo Park aveva invece riscritto i manuali nella convinzione che quelli diffusi dal ministero dell’Educazione seguissero una linea politica “troppo di sinistra“, attraverso la quale la storia recente della Corea del Nord veniva raccontata con toni indulgenti e apologetici. Ma l’ondata di polemiche che tale sostituzione aveva suscitato, aveva indotto il governo a non rendere i testi obbligatori, lasciando invece la libertà alle scuole di scegliere tra la vecchia e la nuova versione.

PRESIDENTE MOON ALL’ATTACCO DEI COLOSSI INDUSTRIALI

Già l’altro ieri, poi, nel giorno dell’investitura, Moon Jae-In aveva annunciato una novità, dichiarando guerra ai “chaebols“, i giganti industriali guidati da grandi famiglie, accusate di giocare una forte influenza sulla politica del paese. “Avvierò un’iniziativa di riforma dei conglomerati industriali”, ha detto, nel suo primo discorso da Presidente. I chaebols in Corea del Sud sono principalmente quattro: Samsung, Hyundai, Lg e Sk. Oltre a essere invisi per episodi di corruzione – l’ultima inchiesta ha portato addirittura alla caduta della Presidente precedente, Park Geun-hye – gli viene contestato il fatto di costituire un freno alla diversificazione dell’economia.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

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