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Contrabbando di carburanti tra Lecce, Potenza e Vallo di Diano: 45 indagati

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Tra i reati contestati anche quello di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e Iva sugli olii minerali
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POTENZA – Nelle prime ore di questa mattina, nelle province di Salerno, Napoli, Avellino, Caserta, Cosenza e Taranto, i comandi provinciali dei carabinieri e della guardia di finanza di Salerno e del nucleo di polizia economico finanziaria di Taranto, su delega delle Dda di Potenza e Lecce, hanno dato ordine di 45 misure cautelari personali (26 in carcere, 11 agli arresti domiciliari, 6 destinatari di divieto di dimora e due misure interdittive della sospensione dall’esercizio delle rispettive funzioni di due carabinieri per la durata di sei mesi) nei confronti di altrettanti 45 indagati indiziati di associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e Iva sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita. Sequestrati anche immobili, aziende, depositi e flotte di auto-articolati per un valore di 50 milioni di euro.

Sono oltre cento gli indagati nell’indagine congiunta e coordinata delle procure di Lecce e Potenza, denominata ‘febbre dell’oro nero’, che hanno fatto emergere distinte ma collegate organizzazioni criminali operanti a Lecce, Potenza e nel Vallo di Diano, nonché nella provincia di Taranto, tutte ruotanti intorno ad importanti famiglie mafiose, riconducibili al clan dei casalesi e tarantini, il cui core business era rappresentato da un contrabbando di idrocarburi che ha procurato allo Stato danni economici per decine di milioni di euro, a cui ha corrisposto un eguale guadagno per tali sodalizi. In sostanza, venivano vendute ingentissime quantità di carburante per uso agricolo, che beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, assai spesso utilizzando le cosiddette pompe bianche.

I tarantini fornivano ai lucani periodicamente un elenco di nominativi le cui identità fiscali e i libretti Uma venivano clonate in modo che le imprese del sodalizio campano/lucano, di derivazione casalese, potessero fatturare fittiziamente la vendita del carburante per uso agricolo a tali ignari imprenditori agricoli, mentre i realtà il prodotto veniva venduto in nero a operatori economici che lo immettevano fraudolentemente nel mercato per autotrazione con guadagni di circa il 50% sul costo effettivo di ogni litro di benzina e nafta venduti.

Inoltre, i due sodalizi, attraverso meccanismi informatici, ingannavano il sistema telematico dell’Agenzia delle entrate, che non era in grado di consegnare la fattura elettronica al fittizio cliente/agricoltore apparente destinatario del carburante che, quindi, rimaneva inconsapevole della finta operazione di vendita effettuata utilizzando il suo nominativo. Una vera e propria “miniera di oro nero”, secondo le due procure, che ha permesso al sodalizio criminale di frodare lo Stato per decine di milioni di euro.

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