ROMA – “La situazione umanitaria in Libano è al collasso: bombardamenti e ordini di sfollamento hanno prodotto oltre 800mila profughi, secondo gli ultimi dati ufficiali di ieri sera, ma dato che questo numero fa riferimento solo a coloro che si sono registrati sui canali governativi, possiamo pensare che abbiano già superato il milione“. Francesca Lazzari è la responsabile progetti di Avsi in Libano e con l’agenzia Dire parla da Beirut, da dove coordina la risposta dell’organizzazione umanitaria all’emergenza.
Lazzari, originaria di Milano, si trova “in una zona molto vicina alla periferia sud di Beirut”, quella più bombardata dall’esercito israeliano poiché sede degli uffici del gruppo politico-militare Hezbollah, insieme a tutte le regioni meridionali del Paese. All’attacco all’Iran del 28 febbraio è seguito, tra l’1 e il 2 marzo, anche il riaccendersi del conflitto tra Israele e il gruppo islamico sciita. “Uscendo, vedo decine di sfollati”, dice Lazzari: “Dormono in tende, per terra, in macchina”. I rifugi messi a disposizione dalle autorità – oltre 500 – infatti “non bastano per tutti”.
La gente fugge dai “bombardamenti incessanti”, riferisce ancora la responsabile progetti di Avsi, “la scorsa notte a Beirut sud sono stati forti e molto intensi. Abbiamo faticato a dormire perché i caccia non hanno mai smesso di sorvolare la città. I media internazionali- evidenzia l’operatrice umanitaria- non stanno riportando bene l’intensità e la frequenza degli attacchi, che da quella notte tra l’1 e il 2 marzo sono frequenti e costanti su tutto il Paese”.
L’intervento di Avsi per portare cibo, coperte e materassi in un liceo di Beirut trasformato in centro di accoglienza per i profughi (Crediti: Avsi)

La principale difficoltà per le organizzazioni umanitarie oggi “è il caos: come tutte le ong e le agenzie dell’Onu- continua Lazzari- lavoriamo in maniera coordinata con il ministero degli Affari sociali libanesi, ma siamo di fronte a un’escalation continua delle violenze e a uno sfollamento di massa. Questo rende difficile star dietro all’enormità dei bisogni umanitari e raggiungere tutte le persone che hanno reali necessità”. Una seconda difficoltà “è operare con staff direttamente colpito dal conflitto: abbiamo decine di colleghi che lavorano sull’emergenza ma sono loro stessi sfollati”. Alle persone serve tutto, continua Lazzari: “Acqua, cibo, materassi, coperte, kit igienici per coloro che si sono dovuti mettere in auto da un momento all’altro e abbandonare le proprie case. Come Avsi, dalla scorsa settimana distribuiamo questi beni di base a migliaia di famiglie. Da oggi poi abbiamo iniziato a fornire attività ricreative per i bambini nei rifugi: sono tantissimi tra la popolazione sfollata e si ritrovano a vivere con degli sconosciuti – le famiglie spesso vengono sistemate nelle aule scolastiche assieme ad altre – e non hanno nulla da fare durante il giorno. Non vanno a scuola, sono traumatizzati dal conflitto. La referente di Avsi conclude sottolineando che “per molti di loro è la seconda volta che vivono una condizione di sfollamento”, dopo la guerra del 2024.







