ROMA – La Nigeria è ostaggio di un’insicurezza diffusa, che negli anni è cresciuta, colpendo in particolare i bambini e i giovani, con il loro diritto allo studio sempre più a rischio: a denunciarlo è Sunny Ofehe, attivista impegnato su temi ambientali e sociali, direttore dell’alleanza Hope for the Niger Delta Campaign. Al centro della sua riflessione, in un’intervista con l’agenzia Dire, anche la tesi di una “persecuzione” dei cristiani.
Proprio a partire da questo assunto, nel dicembre scorso gli Stati Uniti hanno condotto bombardamenti con missili di crociera nel nord-ovest della Nigeria. Non è chiaro se i raid abbiano provocato vittime né chi abbiano preso di mira. Una delle versioni è che nella città di Offa, nello Stato federato di Kwara, siano stati colpiti miliziani del gruppo Lakurawa e non, come sostenuto da Washington, “feccia dell’Isis”, vale a dire combattenti dello Stato islamico.
Secondo il presidente americano Donald Trump, a ogni modo, l’azione era giustificata dal fatto che il governo di Abuja non avesse fatto abbastanza per proteggere i cristiani dalle incursioni e dalle violenze di gruppi di matrice islamista.
La tesi è utile in chiave di politica interna, in particolare per il sostegno della destra evangelica e conservatrice. È però contestata dal capo di Stato nigeriano, Bola Tinubu, che pure ha scelto di rafforzare la collaborazione con Washington. “I terroristi attaccano tutti coloro che rifiutano la loro ideologia omicida”, ha evidenziato il presidente nigeriano: “Musulmani, cristiani e anche chi non professa alcuna fede”.
Anche Ofehe propone una lettura più articolata rispetto a quella americana. “Non c’è dubbio che i cristiani siano stati perseguitati”, dice l’attivista. “Gli studi effettuati finora mostrano che il numero più alto di vittime di rapimenti e uccisioni riguarda i cristiani; non dobbiamo però ignorare che anche i musulmani sono vittime”.
LE VIOLENZE DI BOKO HARAM
A compiere violenze sono diversi gruppi e organizzazioni. La più nota è Boko Haram, una formazione nata nel 2009 nello Stato nord-orientale di Borno, a maggioranza musulmana a differenza delle regioni meridionali. Boko Haram è un’espressione che in lingua hausa vuol dire “l’istruzione occidentale è peccato”: non a caso nel mirino del gruppo sono finite anche scuole, come nel caso di Chibok, una cittadina dalla quale nel 2014 furono rapite 276 studentesse.
Secondo il direttore di Hope for the Niger Delta Campaign, però, le differenze religiose non sono il problema. “Per me dobbiamo guardare alle radici del problema”, sottolinea Ofehe. “Dobbiamo capire come garantire alle comunità i servizi essenziali: cibo, medicine, acqua”.
“OFFRIRE MEZZI DI SOSTENTAMENTO E CREARE OPPORTUNITÀ DI LAVORO”
Fondamentale poi, per contrastare insicurezza e violenza, offrire mezzi di sostentamento e creare opportunità di lavoro. “Se non lo facciamo, molti giovani resteranno disoccupati e diventeranno facile preda del reclutamento”, avverte l’attivista. “Finiranno per prendere le armi nel nome della religione”.
C’è poi il diritto di poter studiare e imparare. “Il fatto che ‘Boko Haram’ voglia dire ‘l’istruzione occidentale è peccato’ rende ancora più difficile per molte persone andare a scuola“, sottolinea Ofehe. “Anche perché gran parte degli attacchi prende di mira proprio istituti e luoghi di apprendimento”. E ancora: “In un Paese che già fatica a garantire l’istruzione a tutti, una minaccia del genere non fa che aggravare il problema“.
Al tema sarà dedicato un vertice in programma il 9 giugno, promosso dal governo della Nigeria insieme con quello dell’Italia e con l’organizzazione Global Partnership for Education (Gpe). L’appuntamento, previsto a Roma, con la partecipazione di capi di Stato e di governo e il titolo ‘Moltiplicare le possibilità’, è parte di una raccolta fondi nel nome di “un’intera generazione di bambini e giovani”.







