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Termini Imerese, da Sicilfiat a Blutec: il sogno industriale tradito della Sicilia

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Gli investimenti richiesti da Marchionne non sono mai arrivati e così è iniziato il lento e inesorabile declino di quell'impianto simbolo del sogno industriale tradito della Sicilia
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ROMA – “Produrre un’auto a Termini Imerese costa alla Fiat mille euro in più che nel resto d’Italia”. Era il novembre 2006 e Sergio Marchionne, che da poco più di due anni era al timone del Lingotto, avvertì tutti, sindacati in primis: “Occorrono subito degli interventi sulle infrastrutture per ridurre i costi logistici”.

Erano le condizioni dettate dal manager abruzzese per il mantenimento di quella fabbrica nata a una manciata di chilometri da Palermo all’inizio degli anni Settanta, con l’interessamento dell’industriale Mimì La Cavera e grazie anche a consistenti contributi pubblici. Quegli investimenti richiesti da Marchionne non sono mai arrivati e così, da allora, un lento e inesorabile declino di quell’impianto simbolo del sogno industriale tradito della Sicilia: un susseguirsi di amarezze per le tute blu e gli operai dell’indotto fino all’ultimo dei ‘tradimenti’, quello che si sarebbe concretizzato per opera della Blutec con la sparizione di 16 dei 21 milioni di euro di fondi pubblici concessi da Invitalia e che non sarebbero mai stati utilizzati.

Soldi che – secondo la Procura di Termini Imerese che ha chiesto e ottenuto i domiciliari per il presidente e l’amministratore delegato dell’azienda, Roberto Ginatta e Cosimo Di Cursi – non sarebbero mai stati impiegati per il rilancio dello stabilimento “nè restituiti”.

E’ l’ultimo boccone amaro ingoiato dagli operai che il 24 novembre 2011 vissero l’ultimo giorno in catena di montaggio: l’ultima auto prodotta a Termini Imerese fu la Lancia Y. Da quel giorno l’inizio di un incubo per le oltre 1.500 tute blu Fiat e i circa settecento operai dell’indotto.

In quello stesso anno, in netto ritardo rispetto all’allarme del 2006, i governi nazionale e regionale provano a correre ai ripari firmando un Accordo di programma per il rilancio dell’area industriale, coinvolgendo tra gli altri anche la Provincia, il Consorzio Asi, l’Anas e l’Autorità portuale di Palermo. L’intesa prevede il completamento del porto, la realizzazione dell’interporto e altre opere in attesa di trovare gli investitori per il rilancio del sito.

Nel 2012 la speranza si riaccende con Dr Motor, azienda molisana di Massimo Di Risio che punta all’acquisizione dello stabilimento, ma il sogno di rivedere attive le linee di montaggio siciliane svanisce. Stessa sorte anche per il progetto di Grifa (Gruppo italiano fabbriche automobili), che nel 2014 puntava a costruire auto ibride ed elettriche nell’ex stabilimento Fiat, e così il governo nazionale si rituffa alla ricerca di un investitore.

Per Termini Imerese spuntano le ipotesi più disparate, dal parco divertimenti Disney a sede di studi cinematografici, fino alla soluzione Metec, con la newco Blutec costituita a Pescara.

Nel 2015 arriva la firma sull’accordo di programma che avrebbe dovuto far rinascere Termini Imerese e riassorbire la forza lavoro producendo componentistica e auto ibride. L’intesa con i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, oltre che con la Regione Siciliana e il Comune di Termini Imerese, punta tutto su un investimento complessivo di 95 milioni di euro: l’operazione si chiude grazie anche a 71 milioni di contributi pubblici, di cui 67 per un finanziamento agevolato e 4 a fondo perduto, che vengono assicurati a Blutec.

La prima tranche arriva nel dicembre 2016. In tutto 21 milioni di euro a titolo di anticipazione che ora, secondo la guardia di finanza, sarebbero finiti in gran parte “in speculazioni finanziarie”. Secondo le fiamme gialle “almeno 16 dei 21 milioni” non sarebbero mai stati impiegati per i fini previsti dall’accordo “nè restituiti”, mentre a Termini Imerese il 2019 si apre con la preoccupazione dei lavoratori per la mancata proroga della Cassa integrazione da parte del governo e per l’assenza di certezze sui piani di Blutec.

I soldi, secondo la Procura di Termini Imerese, sarebbero finiti in spese “non ammissibili” o nell’acquisto di beni “a beneficio di altre unità produttive dell’azienda” lontano dalla Sicilia. L’accusa è di malversazione ai danni dello Stato. Da qui il sequestro per equivalente chiesto e ottenuto dalla Procura guidata da Ambrogio Cartosio, nel tentantivo di recuperare le somme e scongiurare l’ultimo tradimento ai danni di Termini Imerese.

di Salvo Cataldo

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