La sfida dello Schwa al maschile-femminile della lingua italiana

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Speciale DireDonne sull'ipotesi di superamento del binarismo di genere
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ROMA – Si chiama schwa la piccola ‘e’ rovesciata (ә) che da qualche tempo sta lanciando una nuova sfida alla lingua italiana nel senso del rispetto di un’inclusività o, per meglio dire, di una “convivenza delle differenze”, che da diverse parti si fa richiesta sempre più pressante. Ce ne accorgiamo come professioniste dell’informazione che tentano di raccontare ogni giorno quella parte di mondo, il transfemminismo, che su questi temi si interroga da anni, alla ricerca di soluzioni valide per uscire dal binarismo di genere che declina al maschile e al femminile sostantivi, aggettivi, articoli, preposizioni, tagliando fuori dal discorso, privato ma soprattutto pubblico, chi non si riconosce in uno dei due generi e rendendo queste persone di fatto invisibili o, comunque, non nominabili.

L’asterisco (*), la chiocciola (@), la vocale ‘u’: sono molte le strategie inclusive utilizzate negli anni per rispondere all’assenza di un neutro dalla lingua italiana e ribellarsi al maschile sovraesteso e al binarismo linguistico, ciascuna col corredo di limiti propri di un tema ancora in gran parte da mettere a fuoco scientificamente perché gravato del peso della cronica marginalità a cui in Italia sono destinate le questioni di genere, specie quelle legate alle rivendicazioni della comunità lgbtqia+. Lo schwa è un passo ulteriore, non nel senso della teorizzazione linguistica, quanto della proposta, che sta incontrando il favore di sempre maggiori realtà dell’attivismo, ma anche di diversi attori in ambito editoriale.

Come agenzia di stampa nazionale, sensibile al tema dei diritti, e come redazione DireDonne, attenta osservatrice di ciò che si muove nel mondo femminile e nella galassia femminista, si è sentita forte l’esigenza di approfondire la questione dell’italiano inclusivo sulla spinta di un’esigenza anche pratica, determinata dal dover scrivere notizie e diffondere comunicati stampa che assumono lo schwa come norma editoriale. Sapendo che si tratta, prima di tutto, di una scelta politica, abbiamo deciso di realizzare una serie di interviste per verificare lo stato dell’arte, con l’intento di assumere, a nostra volta, una linea editoriale ben precisa da seguire in questi casi. Consapevoli che sempre di più l’italiano inclusivo assumerà i contorni di una vicenda linguistica, antropologica e sociale che il giornalismo non potrà più ignorare.

VESCIO (BOSSY): “IN ATTO RIVOLUZIONE DAL BASSO PER ITALIANO INCLUSIVO

Nel mondo della linguistica e non solo è in atto una piccola grande “rivoluzione dal basso” per “superare il binarismo di genere e dare voce alle soggettività che da diverso tempo si stanno ribellando a un sistema che le opprime”. Parola di Alessandra Vescio, caporedattrice di Bossy, associazione femminista intersezionale che dal 2014 si occupa di parità e lotta alle discriminazioni attraverso articoli pubblicati su www.bossy.it, contenuti social ed eventi culturali. A capo con Biancamaria Furci della redazione di oltre 30 persone volontarie della no profit, tutte nate tra gli Anni 80 e 90, Vescio spiega all’agenzia di stampa Dire cosa bolle nella pentola delle parole con cui narra e si autonarra l’attivismo transfemminista e lgbtqia+. Una fra le tante ricorrenti, quel ‘tutt‘, ‘tuttu’, ‘tutt@’ che oggi si incontra sempre di più nella veste di ‘tuttә‘, segnando una tappa cruciale del dibattito sul tema. “La necessità è quella di evitare il maschile sovraesteso, cioè l’utilizzo del maschile per le moltitudini, per i gruppi misti e per rappresentare le soggettività che non si riconoscono in un genere binario”, racconta. Lo ‘schwa’, la ‘e’ rovesciata che si sta moltiplicando indisturbata anche in un mondo editoriale solo apparentemente immobile, arriva dove le altre formule hanno mostrato di non funzionare o di funzionare meno. Come l’asterisco (*), “che abbiamo utilizzato fino a poco tempo fa in Bossy proprio perché è sulla tastiera”, ricorda Vescio, ma che ha in comune con la chiocciola (@) il problema della pronuncia, specie per “alcuni lettori per persone cieche che la scandiscono”. Neanche la ‘u’ sembra andar bene, “perché in alcuni dialetti italiani corrisponde al maschile”, avverte l’attivista. Vada allora per lo schwa (ә), fonema che corrisponde a una vocale mediocentrale e, in quanto tale, “soluzione ancora più inclusiva”, il cui simbolo, però, non è sulle tastiere di pc e tablet, ma solo in alcuni smartphone.

Se in Italia la questione è confinata in un angolo ancora piuttosto marginale della sociolinguistica, nel panorama internazionale il dibattito è frizzante e meno polarizzato e alcune soluzioni sono già entrate nell’uso. Succede in Spagna, ricorda Vescio, “dove si utilizza la desinenza -e” (-es al plurale. Ad esempio: todas-todos-todes, ndr), “in Svezia col pronome ‘hen'”, ma anche “in Inghilterra e nei Paesi di lingua anglosassone”, dove si sta diffondendo il cosiddetto ‘singular they’ in luogo dei pronomi ‘he’ (egli/lui) e ‘she’ (ella/lei), inserito come “parola dell’anno nel dizionario statunitense Merriam-Webster”.

Un punto di svolta, perché “nel momento in cui una soluzione che parte dal basso viene istituzionalizzata automaticamente diventa parte della lingua- osserva la caporedattrice di Bossy- Tantissimo fa poi l’uso comune“, ricorda Vescio, che del dibattito italiano ha un’idea precisa: “Noto una maggiore resistenza sulle questioni linguistiche inclusive perché sono questioni socio-culturali. Noi abbiamo un problema con il femminile, perché lo consideriamo inferiore, svilente e di minor prestigio e valore rispetto al maschile, abbiamo ancora enormi difficoltà a nominare le cariche occupate da donne con nomi femminili, nonostante la lingua italiana abbia quelle parole- ragiona- Come ‘sindaca’, utilizzata spesso in modo sprezzante”.
Per Vescio è evidente che “abbiamo una difficoltà, un approccio sessista alla realtà che fa in modo che tutto ciò che riguarda il femminile sia considerato inferiore, figuriamoci se dobbiamo parlare di superamento del binarismo di genere e linguistico”. Fondamentale, però, al di là della possibilità che lo schwa abbia successo, “è ascoltare il cambiamento- sottolinea- Quello che fa la linguistica non è imporre soluzioni dall’alto- conclude- ma riflettere quello che la società sta richiedendo”.

VERA GHENO E L’ANNO IN CUI L’ITALIA SCOPRÌ LO SCHWA

Il 2020, annus horribilis della pandemia Covid-19, sarà anche ricordato come l’anno in cui l’Italia ha scoperto lo schwa. A contribuire a farlo conoscere, non da pioniera ma da popolare sociolinguista specializzata in comunicazione digitale da oltre 26mila follower e conduttrice radiofonica di ‘Linguacce’ su Rai Radio 1, è Vera Gheno. Infatti la studiosa, nel dicembre 2019, riprende l’idea dello schwa (ә), che da tempo circolava nei gruppi femministi e lgbtqia+ oltre che sul sito web ‘Italiano inclusivo’, e a pagina 184 del suo ‘Femminili singolari’ – volume pubblicato nella collana Saggi Pop della casa editrice effequ – argomenta brevemente perché lo ‘ә’ potrebbe rappresentare la soluzione alla mancanza nella lingua italiana del genere neutro.

“Lo schwa è un simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale- spiega Gheno all’agenzia di stampa Dire- Dal punto di vista semantico può funzionare come genere indistinto, perché indica un suono che sta al centro del rettangolo delle vocali, quindi è neutro come pronuncia: la vocale media per eccellenza. Per questo, mi sembrava particolarmente adatto a indicare un genere indistinto”. Nessuna teorizzazione né proposta strutturale, al momento, “ma un modo per richiamare l’attenzione su un’istanza”, ci tiene a chiarire Gheno, coinvolta, suo malgrado, nella querelle innescata dall’articolo firmato lo scorso 25 luglio su ‘La Stampa’ da Mattia Feltri (‘Allarmi siam fascistә’) che, non volendo, ha contribuito a far partire un dibattito che forse altrimenti non sarebbe uscito dal circuito dei sensibili o degli addetti ai lavori.

Il punto, per Gheno, è politico, prima ancora che linguistico. “Nessuno sano di mente ha mai detto: ‘Aboliamo i generi e usiamo il genere indistinto’- chiarisce- Però ci sono persone che si sentono a disagio con il fatto che l’italiano ha solo maschile e femminile. Lo ascoltiamo questo disagio e ci ragioniamo sopra, o diciamo: ‘chi se ne frega’? Per me, in una prospettiva di convivenza delle differenze, una riflessione sul tema è necessaria“. E fa riferimento a un linguaggio “per la convivenza delle differenze” non a caso, Gheno, riprendendo l’idea del docente universitario, scrittore e attivista Fabrizio Acanfora di non parlare più “di linguaggio inclusivo”, perché nell’espressione è sottintesa l’esistenza di un gruppo dominante che include chi è in una situazione di subalternità.

Ma perché preferire lo schwa agli altri escamotage – “almeno una quindicina” secondo Gheno – adottati per evitare le discriminazioni causate della declinazione in senso binario? “Prima di tutto non esce dalla riga come l’asterisco- risponde la sociolinguista- Poi ha una pronuncia. In più, è una vocale media, il che la rende adatta a un genere indistinto. La cosa buffa- osserva- è che, anche grazie a Mattia Feltri, lo ‘ә’ ha attirato l’attenzione dei creativi, perché è un po’ hipster. L’ha usato Simone Albrigi, in arte Sio, che ha disegnato un poster per Lucca Comics con scritto ‘Benvenutә’, ma anche l’agenzia che crea le pubblicità per Taffo e ha scritto questa richiesta di lavoro su Facebook: ‘Cercasi becchinә'”. Linguisticamente parlando, però, la faccenda è lontana dall’essere risolta. “C’è una serie infinita di conseguenze all’uso dello schwa come gli articoli, gli accordi, che non sono risolvibili su due piedi e che nessuno ha mai davvero sistematizzato”.

No ai diktat, quindi, perché “le imposizioni, in ambito linguistico, non funzionano”. Ma, chiarisce la sociolinguista, “mi piacerebbe che un dì nelle grammatiche ci fosse una piccola sezione in cui si parla di questioni di genere, di come far convivere le differenze che caratterizzano gli esseri umani anche dal punto di vista linguistico“. Spesso basta usare una circonlocuzione; ad esempio, invece “di scrivere ‘Io mi sono vaccinato’ o ‘Io mi sono vaccinata’, sulle spillette si potrebbe optare per ‘Ho ricevuto il vaccino'”.

L’Italia, però, è relativamente indietro sul dibattito. Come non pensare all’autocertificazione, “in cui per lunghi mesi era previsto solo ‘io sottoscritto’- denuncia Gheno- quando, in fondo, bastava sin dall’inizio prevedere una forma come ‘la persona qui sottoscritta’, o qualcosa del genere, per dare un segnale”. Senza dover per forza ricorrere allo schwa, che ad oggi si presenta come “una dichiarazione, una cresta arcobaleno” e non credo “sarà mai messo a sistema. Il merito che mi intesto- precisa- è che per una serie di fortunate o sfortunate coincidenze Feltri ha fatto esplodere un dibattito pubblico su una cosa che in realtà c’era già da anni, e io sono stata messa in mezzo, peraltro con imprecisioni anche lesive, dato che io non mi sono mai presentata come un’accademica della Crusca, come invece sembrava supporre l’articolo di Feltri”.

Ciò che andrebbe indagato, secondo la sociolinguista, è “perché la questione provochi tanti nervosismi. Nessuno va a toccare l’identità linguistica- avverte- Le lingue funzionano per aggiunta, non per sostituzione. Quindi non c’è motivo di pestare i piedi e temere che ci cambino l’italiano sotto il naso: aggiungere nuovi modi per esprimersi non va a toccare chi si sente già perfettamente rappresentato dalle soluzioni esistenti nella propria lingua”.

BOSCHETTO (ITALIANO INCLUSIVO): “LA LINGUA CAMBIERÀ, È INELUTTABILE”

Era l’aprile del 2016 quando Luca Boschetto, deciso a trovare una soluzione che superasse il binarismo di genere della lingua italiana, diffuse in rete un piccolo documento sullo schwa. Da allora l’impegno dell’informatico a favore della non discriminazione linguistica non si è fermato e si è trasformato in un sito, ‘Italiano inclusivo’, in cui è possibile trovare una vera e propria formalizzazione della proposta per la declinazione delle desinenze: schwa per il singolare (ә) e schwa lunga per il plurale (Ɜ).

“Il progetto ‘Italiano inclusivo’ nasce da una mia esigenza personale, sia correlata alla non discriminazione di genere che al fatto che non tutte le persone si identificano in uno dei due, uomo o donna– spiega all’agenzia di stampa Dire Boschetto- Le soluzioni esistenti erano secondo me insufficienti e, da semplice appassionato di linguistica, mi sono messo a fare delle ricerche. Ho visto che nello spazio fonetico italiano c’era posto per una vocale in più, quindi ho pensato alla schwa”. Una scelta pionieristica quella di Boschetto, a quanto pare, perché “prima del 2016 non ho trovato nulla in rete, quindi sospetto di essere stato il primo ad aver avuto l’idea”. Ma anche una scelta vincente, perché “noto che ultimamente si sta diffondendo sia al singolare che al plurale- osserva-, anche se, non utilizzando la schwa lunga, si perde qualcosa, perché maschile e femminile hanno un singolare e un plurale, quindi sarebbe bene distinguere anche per la declinazione inclusiva”.

Uno degli aspetti più curiosi da indagare è il suono della ‘ә’. “Sembra strano da pronunciare la prima volta, come capita sempre nella lingua con tutto ciò che non è consueto, poi ci si abitua- premette Boschetto- La schwa è presente in molti dialetti italiani, prendiamo l’esempio di ‘mammeta’ (mammәtә) o di ‘Napule’ (Napulә) in napoletano. La schwa lunga è come la schwa, solo più aperta”.

Gli ostacoli alla sua diffusione, dunque, più che nella facilità e nell’abitudine all’uso, per Boschetto, riguardano “chi si ostina a non voler cambiare perché crede che la lingua sia intoccabile” o “chi, non avendo il problema, dice ‘chi se ne importa’. La lingua cambia quando chi parla ne sente l’esigenza- sottolinea il fondatore di ‘Italiano inclusivo’- Quindi cambierà se ci sarà questa esigenza, e mi sembra che ci sia. Certo, ci vorrà tempo, ci saranno molte persone che freneranno, ma credo che sarà abbastanza ineluttabile”.

Superabile, infatti, è anche il problema tecnico di come scrivere un simbolo che non è sulle tastiere di pc e tablet, ma solo in alcuni smartphone. “Oggi la maggior parte dei font supporta la schwa, qualcuno non la supporta molto bene, nel senso che la lettera non ha lo stesso stile del resto del font- spiega- Qualche font non ce l’ha e in quel caso nel browser di chi la riceve si vede un quadratino, che però in fondo non è pronunciabile al pari dell’asterisco. Sul sito italianoinclusivo.it, comunque, c’è una lista di font che la supportano pienamente“. Due, quindi, le cose da approfondire nei software di scrittura e trasmissione delle informazioni, anche in ambito giornalistico: “La prima, che i file inviati siano in un formato tale da supportare Unicode (sistema univoco di codifica internazionale, ndr)- spiega- La seconda, scegliere un font che supporti la schwa”.

Il punto, anche per Boschetto, è di carattere politico: “Non parlare di me al maschile per la mia professione è un atto politico per me, perché dichiaro di non voler essere considerato diversamente in funzione del mio genere- sottolinea- Al contrario, farlo mi darebbe un privilegio. Il mio auspicio è che si trovi una soluzione. Non mi interessa che sia la schwa, basta che se ne trovi una. A me interessa che si diffonda un modo inclusivo per parlare delle persone, che non si parli al maschile di un gruppo di 20 donne e un uomo, che si possa chiedere di parlare di sé in modo non connotato per genere se lo si ritiene un atto politico importante”. Infine, “che le persone non binarie possano parlare di sé e si possa parlar di loro in un modo che non le discrimini. Insomma- conclude- auspico che la nostra lingua in qualche modo, trovi il modo di includere”.

LO SCHWA ALLA CONQUISTA DEL MONDO EDITORIALE, LA SCELTA DI EFFEQU

Si chiama effequ la prima casa editrice italiana a introdurre in un’intera collana, quella dei Saggi Pop, la norma editoriale dello schwa (ә) come desinenza inclusiva. “Un percorso a tappe”, spiegano all’agenzia di stampa Dire gli editori indipendenti toscani Silvia Costantino e Francesco Quatraro, apripista, nel panorama editoriale italiano, della sperimentazione di una possibile soluzione alla spinosa questione del superamento del binarismo linguistico di genere.

Il percorso verso l’adozione della cosiddetta ‘vocale indistinta’ “prende il via con il dibattito suscitato dalla nostra pubblicazione nel dicembre 2019 di ‘Femminili singolari’ di Vera Gheno, in cui viene trattata marginalmente la questione sul finale del libro- racconta Quatraro- A fronte di asterischi, ‘u’, e altri stratagemmi utilizzati nel tempo, abbiamo trovato questa proposta sensata fin dall’inizio, perché oltre a essere un simbolo dell’alfabeto fonetico abbastanza riconoscibile all’interno di un testo, ha un suono, il migliore fra i suoni, perché è neutro e, fra l’altro, non ci è estraneo perché tanti dei nostri dialetti lo utilizzano”.

Seconda tappa del percorso, la pubblicazione della traduzione del libro della filosofa brasiliana Marcia Tiburi ‘Il contrario della solitudine’, uscito, sempre per la collana Saggi Pop, nel luglio 2020, proprio a ridosso dell’articolo provocatorio di Mattia Feltri apparso su ‘La Stampa’, che gli editori definiscono un “epic fail, perché ha suscitato il dibattito e dimostrato che sui quotidiani si può stampare il simbolo”.

“Marcia Tiburi introduceva il suo libro parlando di un femminismo ‘para todos, todas e todes’, che era intraducibile in italiano- racconta Quatraro- La traduttrice inizialmente aveva optato per un asterisco. Poi, dopo un dibattito di mesi, abbiamo deciso che era il caso di utilizzare lo schwa. Nel resto del libro si incontra in un altro paio di occasioni, anche perché non è così frequente la necessità stringente di optare per un termine neutro”.

Da lì in poi la strada è segnata. “Visto che l’esperimento aveva funzionato- continua l’editore- abbiamo deciso di pubblicare tutti i saggi con la norma editoriale dello schwa, tenendo fuori la narrativa perché riteniamo che lì ci sia bisogno di una maggiore libertà di registro per chi scrive“.

Sorprendentemente il primo titolo a inaugurare lo schwa come norma editoriale è ‘Vivere mille vite. Storia familiare dei videogiochi’ di Lorenzo Fantoni, che nulla ha a che vedere con le questioni di genere. Si tratta di una precisa scelta, spiega Costantino, perché “per noi è importante che qualsiasi argomento di divulgazione e ambito, non solo i saggi che riguardano questioni di genere, sia inclusivo e leggibile da chiunque senza discriminazioni”. A seguire, effequ dà alle stampe con schwa la nuova edizione de ‘La guerra dei meme’ di Alessandro Lolli e ‘Menti parallele’ di Laura Tripaldi, e in tutti i Saggi Pop del nuovo anno la norma sarà applicata.

Ma quali sono i casi in cui viene utilizzata la ‘e’ rovesciata? “La inseriamo, in accordo con chi scrive, quando c’è bisogno di fare riferimento a una comunità mista, che può comprendere tante realtà possibili, anche quelle che non erano contemplate in una logica binaria di genere”, risponde Costantino. E Quatraro precisa che le due occasioni non sono poi così simili: la prima serve per “superare il maschile sovraesteso”, la seconda per “designare il genere non binario”.

La norma è stata accolta con favore da chi scrive: “Chi pubblica con noi conosce la nostra linea e condivide le nostre istanze politiche, per cui è stato rarissimo che qualcuno ci abbia chiesto di evitarla- racconta l’editrice- Chi era restio, invece, si è trovato a riflettere sull’opportunità di scegliere una forma inclusiva di italiano e ha cominciato a fare attenzione al tipo linguaggio utilizzato“. Diverso il discorso sulla ricezione da parte del pubblico delle librerie: “La reazione è molto polarizzata- sottolinea- C’è chi ha accolto la cosa con gioia e orgoglio, ha iniziato a interessarsi di più ai libri, a pubblicizzare la scelta della casa editrice. E c’è chi, invece, l’ha attaccata fortemente, accusandoci di fare propaganda marchettara sulla pelle di qualcuno e, banalmente, di aver fatto una cosa sbagliata perché rende più difficile la lettura”.

Le reazioni di dissenso- sottolinea Quatraro- sono essenzialmente tre: il benaltrismo, il politicamente corretto e la grande tradizione della lingua italiana. Per noi è soltanto una questione di conoscenza. Se si scende a patti con l’ignoranza che tutti ci riguarda, magari questo tipo di reazione possiamo anche evitarla. Fa solo perdere tempo”. Finito il momento della novità, infatti, “sono rimasti i libri- osserva Costantino- e lo schwa può essere non più una nota a inizio pagina che funge da alert, ma una postilla che precisa le ragioni di questa scelta”.

Più che di soluzione definitiva, però, come Vera Gheno, anche effequ preferisce descrivere quello dello schwa come un tentativo: “Come responsabilità editoriale sentiamo di dover mettere in gioco questo tipo di tentativo per poter sperimentare come funzionano le pubblicazioni scientifiche”, dice Quatraro. E confessa: “Non lo sento come risolutivo perché effettivamente ci trovo dell’artificiosità nell’utilizzo. D’altra parte, è anche vero che esiste per la lingua italiana la possibilità di aggirare il problema, intervenendo sulla prosa”. Più ottimista Costantino: “La lingua la fa l’uso, per cui non esiste imposizione possibile. Però ci sono piccoli segnali che si sta diffondendo, non mi aspettavo così tanto”.

Talmente tanto che anche un colosso editoriale come Mondadori ha deciso di adottare lo schwa per due romanzi di fantascienza (‘Solo. Star Wars’ di Mur Lafferty e ‘Murderbot’ di Martha Wells) e in altri titoli di prossima pubblicazione, oltre a scegliere la vocale indistinta per dialogare con la community sulla pagina Instagram degli Oscar e Oscar Vault.

Insomma, lo schwa corre veloce alla conquista di una fetta del mercato editoriale sempre meno di nicchia. Ai social l’ardua sentenza.

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