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Lo storico: “Faccetta nera? Quella storia non si riabilita”

Intervista ad Alberto Guasco, storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem, dopo 'il caso Donazzan': "Sapendo cosa richiama si capirebbe quanto è inaccettabile"
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BOLOGNA – La performance dell’assessore regionale del Veneto con delega al Lavoro e all’Istruzione, Elena Donazzan, che a ‘La zanzara’ ha cantato ‘Faccetta nera’ dicendo di preferirla a ‘Bella ciao’ e lodato alcuni tratti dell’epoca mussoliniana, “è un episodio-specchio. Specchio del fatto che ci sono pagine di storia su cui non riusciamo a far pace”, lo analizza Alberto Guasco, storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem (Istituto di storia dell’Europa Mediterranea) di Milano. In una intervista alla ‘Dire’ spiega infatti che quanto è ‘andato in onda’ conferma l’esistenza di “settori che -con fini diversi- tentano di riabilitare una storia, quella in camicia nera, che non è riabilitabile; e che la risposta che ne viene è più spesso retorica che di contenuto”. Dunque, “specchio di un dibattito pubblico che non riesce a dibattere niente, perché non è dibattito, è tifoseria di santini, suppellettili e slogan”. In Veneto e non solo è scoppiata la polemica attorno a Donazzan, le cui scuse, non senza un contrattacco, non hanno chiuso il caso. Tanto che il suo profilo Facebook è stato bloccato. Tutto per ‘Faccetta nera’. Ma dunque di cosa stiamo parlando?

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– Alberto Guasco, lei è uno storico: se le dico ‘Faccetta nera’, qual è la prima cosa a cui pensa?

alberto guasco

“All’aggressione dell’Italia fascista a uno Stato sovrano, l’Etiopia, nel 1935; alle tonnellate di gas urticanti e vescicanti gettate sulla testa e sui corpi degli etiopi, colpevoli di difendere casa loro; al massacro di tutto il clero copto di Debra Libanos, il più famoso monastero d’Etiopia, consumato il 20 maggio 1937 dalle truppe coloniali al comando del generale Maletti”.

E allora, che effetto fa, per uno storico, leggere la notizia di un assessore regionale al lavoro e all’istruzione intonare oggi, nel 2021, “Faccetta nera?” in una trasmissione radiofonica?

“Un effetto pessimo. Da un lato non mi stupisce, dato il più ampio revival parafascista -innocuo o molto meno innocuo- che fa capolino dalle cronache a saperle leggere nel loro complesso. Né mi stupisce il copione -provocazione, reazione, scuse di superficie- è lo stesso già visto in altri episodi simili Dall’altro, se si avesse un briciolo di conoscenza della storia di cui sopra, non ci sarebbe bisogno di spiegare a un esponente delle istituzioni l’inaccettabilità della cosa. O forse ormai sì. Quindi l’effetto, più che pessimo, è grottesco”.

– Su questo episodio è scoppiato l’ennesimo polverone ‘politico’ di accuse incrociate che forse avvita il dibattito un po’ su sé stesso e lo ‘confina’ alla dialettica dei fronti contrapposti. E tuttavia, la questione sfocia nel mostrare ancora come ci siano nervi scoperti e forse molta difficoltà nel ‘far pace’ con la storia. Qual è tra questi due versanti, quello piu’ problematico, quello su cui occorrerebbe uno sforzo per non rimanerne solo invischiati per poi assistere alla prossima occasione, al ripetersi di questi meccanismi? Peraltro sullo sfondo c’è la polemica della Molisana, con la pasta cui è stato cambiato il nome da “Abissine” a “Conchiglie”…

“Sì, è un episodio-specchio. Specchio del fatto che ci sono pagine di storia su cui non riusciamo a far pace: il fascismo è la principale, ma potrei citarne di più recenti, dagli anni Settanta a Tangentopoli. Specchio che ci sono settori che -con fini diversi- tentano di riabilitare una storia, quella in camicia nera, che non è riabilitabile; e che la risposta che ne viene è più spesso retorica che di contenuto. E specchio di un dibattito pubblico che non riesce a dibattere niente, perché non è dibattito, e’ tifoseria di santini, suppellettili e slogan”.

Diciamo che in tanti non l’hanno presa bene… Donazzan si è ritrovata persino con lo stop di Facebook. La exit strategy delle ‘scuse’ basta a chiudere un caso così?

“È la seconda dopo Donald Trump, mi pare troppo. Battute a parte, la mia domanda è: ‘scusa di che cosa?’. Le scuse servono se hanno un ‘perché’ storico. Ma quel perché non è stato pronunciato. Anzi, le parole che l’assessore ha aggiunto fanno cortocircuito con le scuse e le invalidano. Il caso è già chiuso, ma aspettiamo il prossimo”.

– L’assessore Donazzan ieri ha detto: “Se qualcuno si è sentito offeso, me ne scuso. A chi cerca di strumentalizzare per ribadire odio e livore, non ho nulla da dire”, aggiungendo però di non accettare “lezioni sull’approccio che l’Italia tutta dovrebbe avere sui temi relativi al secondo conflitto mondiale: un periodo da consegnare definitivamente alla storia per ottenere una reale ed effettiva pacificazione nazionale, assicurando dignità di memoria a tutti coloro hanno sacrificato la propria vita durante la guerra civile tra il 1943 ed il 1945”. C’è davvero un problema storico e attuale su questo ‘livello’ del discorso.

“Qualche lezione di storia però potrebbe accettarla. Ho già avuto modo di dirlo all’assessore un paio d’anni fa, in un dibattito alla tv sul tema immigrazione. Mi sembra però il caso di dirlo di nuovo sul tema guerra civile del 1943-1945 e combattenti dalla parte di Salò e dei nazisti, a cui queste parole fanno chiaramente cenno. Quel periodo è già stato consegnato alla storia. Il tema che sta a cuore all’assessore -tra non poche difficoltà e polemiche- pure. In tempi molto vicini a noi e, da parte di più d’uno storico, con notevole pacatezza”.

* Alberto Guasco è storico contemporaneista, ricercatore presso il Cnr-Isem (Istituto di storia dell’Europa Mediterranea) di Milano. Ha pubblicato, tra le altre, ricerche sul rapporto tra chiesa e fascismo e sul cardinal Martini. Attualmente ha in corso ricerche sulla figura di Giuseppe Toniolo e sul periodo di Tangentopoli. Collabora ad “Avvenire”, “Jesus” e Radio 3 Rai (“Uomini e profeti”). Insegna “Storia della Chiesa” alla Facolta’ teologica dell’Emilia-Romagna.

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