Conte passa alla Camera, ora lo scoglio Senato e l’incubo referendum

L'editoriale di Nico Perrone per DireOggi
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ROMA – Il Governo Conte alla prova del voto. Oggi alla Camera la maggioranza unita ha approvato la risoluzione che dà il via libera al premier per trattare al Consiglio europeo sul Mes, il cosiddetto ‘Salva stati’. La partita più difficile però si sta svolgendo in questo momento al Senato, dove la maggioranza sulla carta ha pochi voti di scarto.

C’è attesa per quanto accadrà nel gruppo del M5S dove sono annunciati alcuni ‘no’. La maggioranza è fissata a 160 voti, e 160 sono stati i voti a favore della fiducia chiesta oggi al Senato dal Governo sul decreto terremoto. Il minimo sindacale. Sotto quella cifra l’opposizione potrebbe comunque cantar vittoria. Il presidente Conte si è detto sicuro che anche la maggioranza dei senatori daranno il via libera alle sue comunicazioni, che non ci saranno sorprese. Ma in molti aspettano di vedere i numeri. Soprattutto sarà interessante vedere se anche il centrodestra, che sul ‘Salva stati’ ha scatenato l’inferno in ogni sede e piazza, si presenterà unito con tutti presenti quando bisognerà votare contro.

Per quanto riguarda il dibattito politico che corre sotto traccia, si continua a ragionare sulla durata del Governo. In molti sostengono che, tolto Salvini, nessun altro vuol andare al voto anticipato. Ma ‘scavando’ ci si accorge che ci sono altre convenienze. Il 13 gennaio scadono i termini per chiedere il referendum confermativo sul taglio di 345 parlamentari. È assai probabile che al Senato si riusciranno a raccogliere le 65 firme necessarie, al momento ne mancano una decina. Se ci saranno, a quel punto dopo 6 mesi bisognerà svolgerlo. E qui cominciano le convenienze che spingono ad anticipare le elezioni. Infatti votando prima si tornerebbe ad eleggere 945 parlamentari, rimandando di un anno il referendum sul ‘taglio’. Riformando la legge elettorale in versione proporzionale con la sola soglia di sbarramento al 4-5%, anche Salvini e il centrodestra se la dovranno giocare fino all’ultimo; mentre il Pd e il M5S, di fatto, saranno costretti a far fronte comune.

Poi c’è uno scenario di cui pochi parlano e che però fa ‘paura’: nel caso si svolgesse invece il Referendum a giugno e passasse il ‘taglio’, alla fine ci troveremmo con due Camere piene di esuberi. E se il futuro Parlamento dovrà essere composto da 600 parlamentari, bisognerà modificare anche la Costituzione che per l’elezione del Capo dello Stato al momento ne prevede 945.

DIREOGGI | EDIZIONE DELL’11 DICEMBRE 2019

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11 Dicembre 2019
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