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L’appello di monsignor Kukah: “In Nigeria sequestri a scuola, aiutateci a non morire”

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"Una minaccia esistenziale", per le incursioni e i rapimenti e per un senso di insicurezza che condiziona ormai nel profondo i ragazzi
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ROMA – Milioni di nigeriani vivono “una minaccia esistenziale”, per le incursioni e i rapimenti da parte dei gruppi armati e per un senso di insicurezza che condiziona ormai nel profondo i ragazzi, il futuro del Paese più popoloso dell’Africa: lo denuncia monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, in un’intervista con l’agenzia Dire.

Lo sguardo si allarga al di là dei confini della diocesi, pure una delle più estese della Nigeria, 108mila chilometri quadrati divisi tra gli Stati di Sokoto, Katsina, Kebbi e Zamfara. “Ho dovuto ridurre le visite pastorali per l’ovvio motivo che le strade non sono più sicure” la premessa di monsignor Kukah. Il vescovo è una figura di riferimento nel dibattito nazionale. Dopo gli studi in Italia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, ha ricoperto incarichi nella Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani, poi come segretario della Conferenza per la riforma politica nazionale e come presidente del Comitato per la riconciliazione tra la comunità ogoni e la multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell.

“La situazione è fluida, in divenire” dice ora. “Anche noi negli ultimi due o tre anni abbiamo pianto molte vittime a causa della violenza, 65 solo in un giorno, nella località di Sabon Birnin; poi c’è stato l’assalto al mercato di Goronyo, subito fuori la città di Sokoto, e infine altri episodi, con dieci, 20 o anche 30 morti”.
Il governo federale, dal 2015 guidato da Muhammadu Buhari, un generale originario del nord a maggioranza musulmana eletto con la promessa di porre fine agli attentati del gruppo islamista Boko Haram, accusa “banditi” e “gang criminali”. “Il problema riguarda tutti e 19 gli Stati settentrionali” sottolinea monsignor Kukah: “Distruggono le proprietà, confiscano le provviste alimentari, riducono le donne in schiavitù, soprattutto chiedono riscatti per le persone rapite”.

Sul fatto che il movente dei sequestri sia il denaro il vescovo non ha dubbi. “Uno dei miei sacerdoti è stato ucciso a maggio, mentre un altro è stato rapito” ricorda. “I sequestratori ci hanno detto che non sono interessati né alla religione né alla politica e che vogliono soltanto soldi”.
A pagare sono anzitutto i bambini e i ragazzi. Dal 14 aprile 2014, quando un commando di Boko Haram portò via dalla cittadina di Chibok 276 studentesse, le scuole non sono più considerate luoghi sicuri.

“I ragazzi amano stare in classe e ci vanno non appena possono” dice il vescovo. “Nella loro innocenza spesso non si rendono conto appieno di cosa sta accadendo; per loro tuttavia il futuro sarà difficile: sono stati testimoni di crimini atroci e anche sul piano psicologico per ora non ci sono risposte efficaci”.
Secondo monsignor Kukah, “in Stati come Zamfara e Katsina le scuole sono state chiuse a lungo, anche per mesi”. A settembre il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) ha calcolato che nel 2021 gli alunni rapiti sono stati almeno 1.400 e che a causa dell’insicurezza più di un milione di ragazzi potrebbe perdere l’anno scolastico.

Proprio per questo il lavoro sul piano educativo è ancora più essenziale, sottolinea il vescovo: “Troppo a lungo i politici hanno strumentalizzato il sentimento di appartenenza religiosa. Quando Buhari era candidato presidente, gli imam dicevano che le elezioni dovevano essere come la jihad; il risultato è stato che in tanti hanno pensato che privilegiasse l’islam”.

Secondo monsignor Kukah, “utilizzare la religione come un’arma” è particolarmente grave in “società divise”, segnate da punte di eccellenza e dinamismo, dalla convivenza tra fedi e comunità differenti, ma anche da povertà e mancanza di prospettive. Un rischio che dovrebbero conoscere sia i governi della Nigeria che quelli dei Paesi dell’Europa o degli Stati Uniti. “Abbiamo bisogno di sostegno finanziario” dice monsignor Kukah. “La Nigeria deve essere appoggiata nella lotta contro la violenza; non ci interessano i giochi politici, per favore aiutateci a non morire”.

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