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Etiopia, fermati ad Addis Abeba tre volontari Vis: un italiano e due locali

I fermi sono stati eseguiti dopo l'entrata in vigore di uno stato di emergenza legato al conflitto in corso tra l'esercito federale e le milizie del Fronte di liberazione popolare del Tigray
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ROMA – Sono tre gli operatori del Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis) fermati dalla polizia ad Addis Abeba: lo ha riferito l’ong salesiana in una nota, diffusa oggi, precisando che si tratta di un cittadino italiano e di due cittadini etiopi.

Nel comunicato si legge: “Da sabato 6 novembre sono in stato di fermo ad Addis Abeba tre operatori Vis, Alberto Livoni, coordinatore Paese, e due operatori dello staff locale, impegnati nel sostenere la popolazione etiope attraverso progetti di sviluppo e aiuto umanitario”. Il Vis aggiunge: “Siamo in costante contatto con l’ambasciata italiana in loco, che ha immediatamente avviato tutte le procedure previste per il loro rilascio e sta seguendo costantemente il caso”. Nella nota si riferisce ancora: “Per tutelare la sicurezza dei nostri operatori riteniamo opportuno seguire le indicazioni di riservatezza concordate con l’ambasciata”.

CHI È ALBERTO LIVONI, IL COOPERANTE FERMATO AD ADDIS ABEBA

Non sono state notificate accuse nei confronti di Alberto Livoni, cooperante italiano rappresentante in Etiopia dell’ong Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis), fermato dalla polizia ad Addis Abeba: lo riferiscono all’agenzia Dire fonti informate sulla vicenda, invitando alla cautela e auspicando un rilascio a breve.

Sessantacinque anni, radici emiliane, rappresentante Paese per il Vis dall’agosto scorso, Livoni è stato fermato durante un raid della polizia in una casa dei salesiani, nel quartiere di Gottera. Nello stesso episodio sono stati fermati alcuni missionari, dipendenti ed esponenti dello staff originari del Tigray, la regione epicentro di un conflitto civile cominciato un anno fa.

“Il fermo è scattato nel quadro dello stato di emergenza proclamato dal governo del primo ministro Abiy Ahmed nei giorni scorsi” sottolineano le fonti. “Livoni è tuttora in custodia della polizia ma nei suoi confronti non è stato notificato alcun tipo di accusa; l’ambasciata italiana è informata e al lavoro per la sua liberazione immediata”.

Ad Addis Abeba fermi e operazioni di polizia si sono intensificati in coincidenza con l’avanzata verso la capitale delle milizie del Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf), partito al potere nella regione del nord che ha stretto ora alleanze con l’Esercito di liberazione oromo (Ola) e altri oppositori del governo federale.

Il Vis è legato al mondo salesiano. I missionari dell’ordine hanno quattro case nel Tigray. Nella regione con i salesiani non opera nessun italiano. Il fermo di Livoni, come quelli dei missionari di origine tigrina, risale a cinque giorni fa.

FARNESINA: “SEGUIAMO CON ATTENZIONE LA VICENDA”

L’ambasciata d’Italia ad Addis Abeba, in stretto raccordo con la Farnesina, segue con grande attenzione la vicenda del connazionale Alberto Livoni, in stato di fermo nella capitale dell’Etiopia: così, in una nota, la Farnesina. Nel comunicato si riferisce che il cittadino italiano è in custodia presso la Addis Ababa Police Commission. A Livoni, sottolinea la Farnesina, l’ambasciata “sta prestando ogni necessaria assistenza ed è in contatto con le competenti autorità locali e con i familiari”.

EMILIOZZI (M5S): “ITALIA SI MUOVA, SERVE FORZA DI PACE

“Il nostro Paese dovrebbe farsi capofila di un’azione internazionale che arrivi fino al dispiegamento in Etiopia di una forza di interposizione per la pace”: così all’agenzia Dire Mirella Emiliozzi, deputata del Movimento 5 stelle, presidente dell’Unione interparlamentare Italia-Corno d’Africa.

Il colloquio si tiene dopo il fermo ad Addis Abeba di alcuni dipendenti delle Nazioni Unite nonché, in un episodio separato, risalente a sabato, di missionari e operatori salesiani. Alcuni dei religiosi sarebbero originari della regione settentrionale del Tigray, epicentro del conflitto divampato in Etiopia un anno fa. In stato di fermo è anche un cittadino italiano, Alberto Livoni, rappresentante Paese dell’ong salesiana Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis).

Secondo Emiliozzi, questi fatti “costituiscono una violazione grave, soprattutto se colpiscono persone che prestano la loro opera per portare pace e conforto a chi ne ha bisogno in zone difficili del mondo come accade ora in Etiopia”.

Il contesto è il conflitto tra l’esercito fedele al governo di Abiy Ahmed, insignito del Nobel per la pace per un accordo di riconciliazione con l’Eritrea nel 2018, e le milizie del Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf). A seguito della loro avanzata verso sud, a circa 300 chilometri da Addis Abeba, l’esecutivo ha proclamato uno stato di emergenza. Tra i fermi autorizzati sulla base delle norme straordinarie figurerebbero quelli eseguiti sabato, in un centro salesiano nel quartiere di Gottura.
Rispetto al ruolo della politica e alla “cautela” dimostrata fin qui dall’Italia, Emiliozzi avverte: “Schierarsi ora non porta a nulla; l’atteggiamento giusto in questa fase di estremo pericolo è quello invocato domenica da Papa Francesco: l’unica via possibile è il dialogo”.
La premessa, secondo la deputata, è che entrambe le parti in conflitto si sono rese responsabili di crimini e di violenze.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato un rapporto dell’Onu che, pur condizionato dalla collaborazione con una commissione per i diritti umani di nomina governativa, ha certificato una serie di abusi commessi su tutti e due i fronti” ricorda Emiliozzi.
Convinta che però, adesso, a dimostrare responsabilità debba essere anzitutto Abiy. “Spetta al governo chiedere l’invio di una forza di interposizione di pace” sottolinea la parlamentare. “Il primo ministro, che solo pochi giorni fa ha invitato la popolazione a imbracciare le armi, dovrebbe ascoltare gli appelli che arrivano sia dall’Onu che da organizzazioni regionali, come l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo e l’Unione Africana, e acconsentire all’avvio di un negoziato”.

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