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Festival della diplomazia, Massolo: “Ripartiamo da Roma”

giampiero massolo
Il presidente del Comitato scientifico presenta l'evento che si terrà nella Capitale dal 13 al 21 ottobre, con 400 speaker e un ricco programma di incontri
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ROMA – “Organizzare a Roma un festival della diplomazia è una scelta significativa: Roma è una città globale che dovrebbe avere una spiccata vocazione internazionale, ma purtroppo negli ultimi anni ha perso un po’ questo carattere, anche a causa del ‘turismo mordi e fuggi’. L’imponente ciclo di incontri che proponiamo nell’arco di una settimana, a cui partecipano voci autorevoli, serve anche a richiamare il ruolo della Città eterna”. Ne è convinto Giampiero Massolo, presidente del Comitato scientifico del Festival della diplomazia che per il dodicesimo anno consecutivo torna nella Capitale, dal 13 al 21 ottobre, con 400 speaker e un ricco programma di incontri.


Un’edizione, questa del 2021, lungamente attesa perché, prosegue Massolo, che ricopre anche gli incarichi di presidente di Fincantieri e dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), “con la pandemia abbiamo sofferto l’assenza degli incontri in presenza, delle voci e dei dibattiti“. Proprio il Covid in qualche modo traccia il tema proposto quest’anno: ‘Ready for the unexpected?‘, ‘Pronti per l’inatteso?’ “La pandemia ci ha messo di fronte a scelte che erano tipiche delle guerre – sottolinea Massolo -, come il dare la precedenza a necessità economiche o di sviluppo, all’integrità fisica, alla vita o alla morte”.


Per provare a dare risposte, anche il tradizionale ruolo dell’Italia può tornare utile: “Siamo il Paese del dialogo, accreditati sulla scena internazionale per la nostra capacità di mediare senza sacrificare troppo i nostri interessi” sostiene l’esperto. Che osserva: “Questo tratto caratterizza anche i nostri diplomatici e i militari chiamati a svolgere missioni all’estero. Poi, come tutti gli Stati membri dell’Unione europea, non possiamo fare da soli: i compiti a casa sì, impegnandoci per rafforzare la nostra capacità militare, diplomatica e di intelligence. Ma poi l’Italia deve fare squadra, e il bacino più naturale per costruire alleanze sono proprio i Paesi Ue, in particolare Germania e Francia, perché un’Europa forte proietta stabilità anche nelle regioni vicine”.


A proposito di sfide, un teatro di conflitto è rappresentato dalla Libia, dove l’Italia ha investito per favorire la creazione di un governo di unità. Un banco di prova sono le prime elezioni dopo sette anni, che dovrebbero svolgersi tra dicembre e gennaio prossimi. “Che i libici andranno al voto non è scontato perché le fazioni sono ancora in conflitto, anche se c’è un cessate il fuoco” osserva Massolo. “Purtroppo tanti Paesi hanno soffiato sul fuoco delle tensioni – Turchia e Qatar da un lato, Egitto ed Emirati dall’altro – mentre Turchia e Russia sono entrate in Libia per restare e curare i propri interessi. Lo stallo dipende da questo. L’Italia è arrivata un po’ in ritardo, così come la Francia, nostra antagonista per molto tempo, che finalmente si è allineata alla nostra politica. Ora, l’obiettivo è ‘salvare il salvabile’, mitigando gli effetti della presenza di Mosca e Ankara”, spiega Massolo.


Se la stabilizzazione della Libia fallisse, i rischi sarebbero notevoli, secondo l’esperto: “Le violenze possono rinfiammarsi in qualsiasi momento e per l’Italia vorrebbe dire fronteggiare un aumento dei flussi migratori. Ci sono poi gli interessi energetici, e, non ultimo, una Libia non governata vuol dire campo libero per i gruppi jihadisti”. Il dramma dei profughi, le rotte dell’approvvigionamento energetico, la minaccia terroristica: questi tre nodi subiranno anche l’impatto dell’attuale crisi in Afghanistan? “Certo perché, sebbene a nessuno convenga un Afghanistan destabilizzato, ognuno vuole stabilizzarlo a modo suo” risponde Massolo. “Il G20 straordinario sull’Afghanistan organizzato dall’Italia punta proprio a coordinare l’attività internazionale”.


Secondo questa analisi, se sfugge di mano ai talebani, l’Afghanistan “rischia di diventare il covo dei grandi gruppi terroristi“. Massolo continua: “Ciò non vuol dire che l’Afghanistan diventerà un ‘super-comando terroristico’. Tuttavia, quando si crea vuoto di potere – come vediamo in Yemen o nel nord del Mozambico – si rischia che il jihadismo diventi endemico. E poi l’Afghanistan è a un passo dalla catastrofe umanitaria e i flussi migratori, che colpirebbero i Paesi della regione, ci metterebbero poco a orientarsi verso l’Europa”.


Crisi e sfide, queste, che riportano alla ribalta il progetto di una Forza di difesa europea. “Ha sicuramente senso parlarne, tuttavia non va progettata per fare la guerra”, chiarisce Massolo. “Non ne abbiamo la vocazione, né le nostre leggi e le nostre capacità ce lo consentono. Va immaginata una forza europea che crei stabilità nelle regioni circostanti, anche per essere complementari – e mai alternativi – all’Alleanza atlantica. Solo così possiamo sperare che gli Stati Uniti ci coinvolgano nelle loro scelte internazionali, come la vicenda dell’alleanza in chiave anti-cinese con Australia e Regno Unito (l’Aukus) ci ha dimostrato”.

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