mercoledì 12 Agosto 2026

Velasco: “Quando mi dipingono come un guru mi rompo i coglioni di quel me stesso”

"Tante frasi che mi hanno attribuito non le ho mai pronunciate. Vorrei sparire per un po', voglio evitare la sovraesposizione"

ROMA – Julio Velasco è così grande che smentisce se stesso. “Tante frasi che mi hanno attribuito non le ho mai pronunciate…”. Ma nel tentativo di ridimensionare il mito da sè, ottiene l’effetto opposto: diventa ancora più grande. Per contrasto. Non è il momento adatto per un’operazione umiltà: ha appena condotto la nazionale femminile di pallavolo alla vittoria d’un Mondiale strepitoso. Intervistato dal Corriere dello Sport dice di sentirsi un po’ Mister Gardener, Chance Giardiniere di “Oltre il giardino”: “C’è addirittura chi è convinto che io sia l’autore di un libro, Il codice Velasco, nel quale vengo descritto come uno che giocava a pallone scalzo sulla strada a La Plata, la polvere che mi copriva i piedi. Ma nemmeno Maradona ha mai giocato scalzo. La mia era una famiglia della media borghesia, mia madre professoressa d’inglese… Di quel codice non so nulla”.

“Quando il personaggio prevale sulla persona non è l’inizio del declino, quello soltanto se la persona diventa il personaggio. Se finisce per crederci. Io sono semplicemente un allenatore di pallavolo, questo è ciò che so fare. Quando mi dipingono come una specie di guru mi rompo i coglioni di quel me stesso“.

“Se ci si sofferma sul personaggio si perde di vista il senso dell’impresa e dello sport, bisogna giudicare lo specifico, la squadra, l’atteggiamento che ha tenuto. Avrei intenzione di sparire per un po’, mi chiamano in tv, ma voglio evitare la sovraesposizione e di rompere i coglioni alla gente. Come nel ‘90. Partecipai a due soli programmi, andai da Chiambretti e Costanzo, rinunciai al Sanremo e ad altre presenze. Certo, a quei tempi era più semplice selezionare. E c’erano solo i giornali e la gente ne leggeva uno. Oggi qualsiasi cosa tu faccia finisce sui social e sei ovunque”.

Velasco ha usato il calcio come tempo sabbatico: “Mi fermai un anno dopo la Lazio che lasciai perché avevo capito che sarebbe finita malissimo. E feci lo stesso dopo l’Inter. Cragnotti scelse me e Zoff, facendolo presidente, forse perché eravamo due figure pulite e spendibili. Con lui riuscii a lavorare. Ma, come ho detto, mi resi conto dei problemi e rinunciai a quattro anni di contratto. All’Inter c’era confusione e poco dopo l’esonero di Lippi salutai. Non ho mai capito cosa volesse Moratti da me. Continuò a pagarmi per non lavorare”.

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