ROMA – Per Leo Messi il Mondiale condotto da leader assoluto è… una passeggiata. Nella maggior parte delle partite ha fatto una cosa sola, finora: camminare. Per il 63% del tempo, per la precisione. Un altro 25% lo ha passato semplicemente fermo. Poi, per l’8,6% del rimanente tempo, ha corricchiato, un dato ben al di sotto del 23% medio del torneo. Lo sprint, quello vero, è quasi un evento raro.
Sarebbe facile derubricare tutto al fattore “vecchiaia”, trentanove anni, un corpo da amministrare con cura. Ma la lentezza calcolata è sempre stata cifra stilistica di Messi, non un cedimento recente: già ragazzino, alle sessioni di corsa del Newell’s Old Boys, si nascondeva dietro un albero, come ha raccontato lui stesso nel 2024, scrive il New York Times.
Dietro quell’apparente pigrizia si nasconde però un rendimento chirurgico: terzo per tocchi nella trequarti avversaria, terzo per grandi occasioni create (15), primo nella classifica marcatori a pari merito con Kylian Mbappé con otto reti. La chiave sta nella geografia dei suoi passi: la mappa di calore firmata FIFA mostra un raggio d’azione concentrato nella zona interna destra, tra il cerchio di centrocampo e l’area avversaria. La sua “stanza dei bottoni”, dove riceve palla e può girarsi verso la porta. È lì che costruisce il vantaggio, non con l’accelerazione ma con l’aggiustamento minimo: due passi laterali mentre i compagni attirano la difesa altrove, e si ritrova libero, equidistante da quattro avversari senza che nessuno sappia di chi sia la responsabilità di marcarlo.
Quella stessa apparente distrazione lo protegge anche dal fuorigioco: quando le linee difensive salgono, Messi non si affretta a rientrare in posizione regolare, resta fuori dal radar visivo degli avversari finché non scatta di colpo alle loro spalle, esattamente come nel gol a Capo Verde, rubato al centrale Diney con un movimento secco dopo minuti di apparente disinteresse.
Pep Guardiola l’aveva già capito anni fa, prima di un City-Barça del 2016 disse: “Sembra che si limiti a gironzolare, forse è il giocatore che corre di meno della Liga, ma quando la palla gli arriva conosce a fondo lo spazio e il tempo, sa chi è dove. Poi… boom!”. I numeri confermano l’istinto: quando corre, il 71% delle sue accelerazioni si conclude nella trequarti avversaria, il 21% dentro l’area di rigore.
Contro l’Egitto, sotto di due gol a un quarto d’ora dalla fine, Messi ha mostrato un’altra faccia della sua intelligenza tattica: è tornato a giocare largo sulla fascia, come ai tempi delle origini al Barcellona, prima della trasformazione in trequartista centrale. Meno esplosivo di allora, ma ancora capace di mandare in tilt la fascia sinistra egiziana col solo dribbling.
Il conto, ovviamente, lo pagano gli altri. Messi non pressa, non rientra, scarica sui compagni l’onere difensivo che le tattiche moderne richiederebbero anche a lui. Ma nessuno, nello spogliatoio argentino, sembra farne un problema. Da fuori, quel passo strascicato può sembrare distacco, quasi indifferenza. È l’inganno più riuscito della sua carriera: il calcio come una passeggiata.




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