Coronavirus, l’immunologo Minelli: “Non si può provare sia virus artificiale”

Il noto immunologo invita a guardare cosa è successo con i precedenti virus della famiglia dei coronavirus e i 'cugini': generano epidemie le cui conseguenze poi sono destinate a spegnersi
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ROMA – “Non si può provare in alcun modo il fatto che si tratti di un virus di laboratorio. Più credibilmente al momento si può affermare che siamo dinanzi alla nuova variante di un coronavirus che, al pari dei suoi predecessori, ha seguito dinamiche analoghe e storicamente note, seppur con tempistiche diverse rispetto, per esempio, alla SARS che, generata da virus ‘cugino’ rispetto al 2109-nCov, nel 2003, dopo una fase epidemica durata all’incirca sette mesi, si estinse senza mai più ricomparire”. Cosi’ l’immunologo Mauro Minelli.

“La Scienza- spiega- conferma la ben nota capacità dei coronavirus di generare epidemie diffuse e ci informa che le pesanti conseguenze che, anche in termini di trasformazioni sociali, queste epidemie comportano, vanno sempre progressivamente a spegnersi. Dunque anche il 2019-nCov, al pari dei suoi antenati già storicamente noti, è un virus destinato ad esaurirsi per gradi, a perdere man mano la sua carica, la sua capacità di diffondersi, quasi fosse vittima di una morte programmata non riuscendo più a raggiungere altri potenziali bersagli umani, non foss’altro che per le misure restrittive conseguenti alle pratiche del distanziamento ed al lockdown. Che non vuol dire proclamare l’ottimismo ad ogni costo. Quanto, piuttosto, provare a misurarsi con i dati storicamente confermati dalle evidenze. Ed è sulla base di queste considerazioni – conclude Minelli – suffragate e potenziate dai tempi scanditi dalla recentissima esperienza cinese di Wuhan e del suo comprensorio, che quella ripresa attesa ed agognata non dovrebbe essere ulteriormente dilazionata, seppur con motivata cautela. E, insieme ad essa, andrebbe riprogrammata con motivata convinzione la fisiologica riorganizzazione della nostra autonomia sociale, della nostra operatività e, perché no, anche del nostro tempo libero e di quello emozionale”.

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