ROMA – Il Ghana, un tempo epicentro dei traffici di schiavi verso l’Europa e le Americhe, ha conferito la cittadinanza ghanese a 155 esponenti della diaspora africana, nell’ambito della politica – ormai avviata una decina di anni fa – di riconoscere la diaspora storica e di naturalizzare coloro che rivendicano l’appartenenza alla cultura e all’identità ghanese.
Come riporta la stampa locale, la cerimonia del giuramento, definita “un gesto di riconnessione e guarigione”, si è svolta ad Accra, presso il Centro conferenze internazionali, e alla presenza della vicepresidente Naana Jane Opoku-Agyemang, che stando a una nota del ministero dell’Interno ha dichiarato: “Oggi dimostriamo che la storia può disperdere un popolo, ma non può cancellarne l’identità. Il Ghana rimane impegnato a essere la casa della famiglia africana globale”. “Crediamo- ha aggiunto la vicepresidente- che la riconnessione tra l’Africa e la diaspora darà vita a nuove possibilità di cooperazione africana globale, di rinnovamento culturale e di trasformazione economica”.
In questi dieci anni il Ghana ha conferito la cittadinanza a un migliaio di persone, in maggioranza cittadini afroamericani nati negli Stati Uniti, ma provenienti anche da molte altre parti del mondo. Tuttavia, di recente le autorità hanno temporaneamente chiuso a data da destinarsi la procedura per presentare richiesta, spiegando che sono in corso interventi “di modernizzazione e velocizzazione” dell’iter burocratico.
Il Ghana è in prima linea non solo per riparare ai danni della tratta degli schiavi, ma anche per denunciare tale pratica: entro il mese di marzo il presidente John Dramani Mahama presenterà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione per designare la tratta transatlantica come “il più grave crimine contro l’umanità”, spiegando: “E’ ora che venga riconosciuto”. A sostenere l’iniziativa, 40 Paesi membri dell’Unione africana.
In quattro secoli di tratta si stima che tra i 12 e i 15 milioni di uomini, donne e minori siano stati rapiti e resi schiavi con la forza, per essere poi venduti sul mercato internazionale. Tra un milione e mezzo e due milioni di persone avrebbero perso la vita durante il viaggio in mare, a causa delle cattive condizioni igienico-sanitarie, le malattie, il trauma e i maltrattamenti.




Aggiungi Dire.it alle tue fonti preferite su Google

