Vaccini subito, anche se meno efficaci: 1,5 milioni di malati in meno

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In studio statunitense si è confrontata una strategia vaccinale che prevedeva la somministrazione di 1 milione di vaccini al giorno con efficacia del 90%, contro una strategia che ne prevedeva 1 milione e mezzo con un'efficacia del 70%
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ROMA – “Un modello predittivo realizzato negli Usa da esperti di salute pubblica evidenzia come il ritardo nelle vaccinazioni abbia un grandissimo impatto sulla durata della pandemia“. A dirlo è Francesco Gesualdo, pediatra ricercatore dell’area di Medicina Predittiva e Preventiva dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che spiega: “Nello studio statunitense si confrontava una strategia vaccinale che prevedeva la somministrazione di 1 milione di vaccini al giorno con efficacia del 90%, contro una strategia che ne prevedeva 1 milione e mezzo con un’efficacia del 70%. La differenza nel modello era impressionante: se si fosse scelta la seconda opzione, quindi un vaccino con una minore efficacia ma immediatamente disponibile e in grado di raggiungere prima una larga fetta di popolazione, l’epidemia sarebbe durata 2 mesi e mezzo in meno e questo avrebbe permesso di risparmiare 1 milione e mezzo di malati, circa 50.000 ricoveri e oltre 6.000 morti”.

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Dunque la strada è chiara: “Cercare di vaccinare la maggior parte della popolazione il prima possibile è la chiave per tornare a fare una vita normale– dice il medico- Anche solo uno o due mesi di ritardo possono comportare una differenza impressionante sia nella durata dell’epidemia, che nel numero di persone malate, ricoveri e morti”. Gesualdo non ha dubbi: ritardare le vaccinazioni è un problema, la tempestività e la velocità sono fondamentali per contrastare la pandemia. Così il pediatra si rivolge a coloro i quali hanno perplessità nei confronti del vaccino Astazeneca e pensano sarebbe meglio aspettare di poter ricevere il Pfizer o il Moderna, considerati vaccini ‘migliori’. È la schiera delle persone che ‘aspettano’, che pur potendo e volendo vaccinarsi decidono di non farlo, per colpa dei pregiudizi, di informazioni sbagliate o parziali, di paure difficili da sopire.

Da cosa nasce questa resistenza nei confronti di Astrazeneca?

Molte persone lo percepiscono come un vaccino di serie B– dice Gesualdo- in parte a causa dell’infodemia, ossia la sovrabbondanza di informazioni sull’argomento che crea confusione e impatta sull’esitazione vaccinale”. Innanzitutto il tema dell’efficacia. “Se si legge che i vaccini hanno un’efficacia diversa (dopo la seconda dose: Pfizer 95%, Astrazeneca 70% secondo i primi dati, 82% sulla base di dati più recenti) è chiaro che si possa avere una reazione emotiva che suggerisce sia meglio aspettare di avere a disposizione il vaccino ‘migliore’. Ma ai numeri bisogna dare un contesto- dice il pediatra- Al di là dei dati relativi ai trial clinici, sono importanti i numeri della vita reale e i risultati sono molto incoraggianti: lì dove è stata fatta un’ampia campagna col vaccino Astrazeneca c’è stato un abbattimento dei ricoveri in terapia intensiva. I quadri gravi di Covid e le ospedalizzazioni vengono nettamente prevenuti da questo vaccino a vettore virale in maniera equiparabile ai vaccini a mRNA- spiega il medico- Nella vita pratica il vaccino funziona perfettamente e anche chi dovesse prendere il Covid dopo essersi vaccinato, avrebbe una manifestazione della malattia molto lieve“.

PATOLOGIE PREGRESSE

“Se viene detto che per alcune categorie il vaccino Astrazeneca non è indicato, la prima cosa a cui si pensa è che per quelle patologie ci sia un rischio. Ma non è così- chiarisce il medico- Il punto è che per alcune patologie si tende a privilegiare i vaccini a mRNA un po’ perché hanno un’efficacia leggermente superiore, un po’ perché la distanza tra le due dosi è minore e dunque si raggiunge prima l’immunizzazione completa”.

FENOMENI AVVERSI

“Sono quelli che ci aspettiamo sempre dai vaccini e che in alcune persone possono manifestarsi e in altre no- spiega Gesualdo- Tra i più comuni, dopo la prima dose di Astrazeneca, si registrano cefalea (50% dei vaccinati), febbre sotto ai 38 gradi (sopra i 38° si verifica solo nel 7-8% dei casi), nausea (nel 20% delle persone), senso generale di malessere e dolore nella zona dell’iniezione. Tutti sintomi trattabili con paracetamolo”. Infine ad allarmare sono le notizie che collegano, almeno temporalmente, la somministrazione del vaccino ad alcuni decessi: “Il fatto che ci sia un’associazione temporale non necessariamente è indice che ci sia anche un’associazione causale tra gli eventi- spiega Gesualdo- un evento così frequente come può essere la vaccinazione può casualmente associarsi da un punto di vista temporale con altri eventi. Si tratta di situazioni sicuramente registrate su cui vengono attivate delle indagini approfondite sui casi specifici, per capire se oggettivamente ci possano essere correlazioni o meno. Fino ad ora sono state escluse”.

Gesualdo è chiaro: “Perché ci sia una strategia di promozione dei vaccini completa è fondamentale ascoltare le paure del pubblico e prendercene cura, in fondo siamo operatori sanitari- dice- per cui prendersi cura dovrebbe essere il nostro mestiere”. Anche per questo al Bambino Gesù viene portato avanti un progetto che prevede una serie di pubblicazioni destinate alle famiglie, a cura dell’Istituto Bambino Gesù per la salute del bambino e dell’adolescente, diretto dal professor Alberto Ugazio, “in cui facciamo un grandissimo sforzo proprio per cercare di raccontare argomenti complessi con un linguaggio più semplice possibile”, conclude.

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