VIDEO | MafiEuropa, il libro-inchiesta di Amalia De Simone sulla conquista del continente delle mafie italiane

Germania, Olanda, Inghilterra, Francia, Spagna e Paesi dell'Est colonizzati da fiumi di soldi di provenienza criminale grazie a legislazioni che ignorano i reati di mafia
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NAPOLI – “Sono una rompiscatole, questo sì. È quello che mi hanno sempre detto”. Amalia De Simone non trova sostantivo migliore per descrivere se stessa e il suo essere giornalista, di quelle con la “g” maiuscola, di quelle che non si accontentano di raccontare i fatti ma puntano a scandagliarli, vivisezionarli, dare loro un senso e farli emergere. “Sono una rompiscatole”, ripete dialogando con la Dire attorno al suo nuovo libro ‘MafiEuropa’ (Rogiosi editore), “ma non so scegliere un aggettivo che mi si addica, mi viene da scherzarci sopra perchè mi sembra un po’ esagerato questa cosa delle ‘100 donne dell’anno’ attribuitami dal Corriere della Sera…”. E sul titolo di Cavaliere della Repubblica, spiega, “è una cosa bellissima ma spero di aver avuto questo riconoscimento anche a nome di altri”.
Il riferimento è a tutte le colleghe ed i colleghi che ogni giorno macinano chilometri e ci mettono la faccia, non senza pericoli, per raccontare le mafie e le zone d’ombra degli affari e della politica. Mestiere difficile quello dell’inviato o di chi, per usare le parole che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha utilizzato nella motivazione all’onorificenza attribuita a De Simone, è impegnato nella “denuncia di attività criminali attraverso complesse indagini giornalistiche”. Paura? “Certo che ho avuto paura ma questo è un sentimento che ti deve mantenere vigile. Bisogna riconoscerlo e imparare a gestirlo senza farsi sopraffare. È il mestiere che ho scelto, so bene quello che faccio e affronto le conseguenze. Sono delle cose che metti in conto, senza fare troppi eroismi. È lavoro”.

Due capitoli di MafiEuropa, ‘Malta’ e ‘Paesi dell’Est Europa’, sono proprio dedicati a due colleghi, Dafne Caruana Galizia e Jan Kuciak, che hanno pagato con la propria vita la volontà portare avanti inchieste su corruzione, infiltrazioni mafiose e politica.

In 125 pagine Amalia De Simone segue il flusso di denaro che dall’Italia viaggia nel continente, trova mercato fertile e si moltiplica generando una valanga di altro denaro prontamente reinvestito e destinato a ripetere il ciclo della sua crescita esponenziale. Germania, Olanda, Inghilterra, ma anche Francia e Spagna e diversi Paesi dell’Est, colonizzati da fiumi di soldi di provenienza criminale grazie anche a legislazioni che ignorano i reati di mafia, che non aggrediscono i patrimoni del malaffare e che troppo spesso hanno scambiato i mafiosi per business man di successo.
“Il mafioso italiano – spiega la giornalista – sa che se apre un’azienda in Italia prima o poi qualcuno arriva a dargli un po’ di fastidio sul piano giudiziario. In un’epoca di globalizzazione di tutto, e quindi anche della criminalitaà organizzata, i nostri mafiosi hanno deciso di spostare i loro investimenti, le loro ricchezze, all’estero dove peraltro hanno sempre provato a dire: “la mafia è una roba italiana” anche facendo un po’ di folklore su questa cosa. È semplicemente un girarsi dall’altra parte, non voler vedere che la presenza mafiosa non solo è infiltrata ma, in alcuni, meccanismi economici, è proprio ben radicata”.

In MafiEuropa gli esempi di questa globalizzazione sono tanti: dal grande mercato dei fiori di Alsmeer in Olanda alle speculazioni immobiliari in Spagna e finanziarie a Londra, dagli affari nella ristorazione e nel commercio in Germania al controllo del “gioco” in Francia. A cui si sommano il traffico di rifiuti, delle armi e della droga.

“Sono pochi i giornalisti che negli altri Paesi si occupano di mafia ma ci sono”, sottolinea De Simone. “Con alcuni di loro abbiamo fatto anche una bella squadra. In Germania, e questo è paradossale, quando sono andata ad occuparmi della presenza mafiosa in alcuni posti, e lì ho girato abbastanza, ho trovato dei colleghi che scrivevano articoli su di me che stavo facendo questo tipo di indagine. In quel momento ero io a fare notizia. Va anche detto, però, che in alcuni Paesi è davvero complicato portare avanti inchieste di questo tipo. È difficile scrivere o raccontare di questi argomenti quando sai di incorrere, quasi certamente, in una serie di problemi giudiziari”.

MafiEuropa serve anche a questo: dare voce a chi non ne ha e a far conoscere l’altra faccia delle organizzazioni criminali. Ma un libro di certo non può bastare e allora servirebbe, conclude la giornalista, “avere una legislazione antimafia europea. Sarebbe utilissimo, sarebbe fondamentale, purchè non si sia più blanda di quella italiana. È una manovra – avverte – che va fatta con cognizione di causa, che va fatta come Dio comanda altrimenti si rischia di fare peggio. Oggi la maggior parte dei Paesi europei non ha proprio gli strumenti per riconoscere le mafie e combatterle. Bisognerebbe proprio ricominciare da capo”.

di Giuseppe Pagano e Elisa Manacorda

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11 Marzo 2020
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