Cori e pugni chiusi per ricordare Francesco Lorusso/FT e VD

Bologna ricorda così l'uccisione 40 anni fa dello studente Francesco Lorusso, militante di Lotta continua, colpito dagli spari dei Carabinieri
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BOLOGNA  – Interventi al megafono e cori. Pugni chiusi, un grande striscione e qualche bandiera rossa. Manifestanti attempati e altri più giovani. Bologna ricorda così, in via Mascarella, l’uccisione 40 anni fa dello studente Francesco Lorusso, militante di Lotta continua, colpito dagli spari dei Carabinieri durante uno degli scontri del marzo 1977.

Davanti alla lapide che lo commemora si raduna qualche centinaio di persone, non molte di più di quelle viste negli ultimi anni. Dopo le prese di posizione dei collettivi Cua e Hobo, che nei giorni scorsi avevano annunciato che l’eventuale presenza di rappresentanti istituzionali sarebbe stata contestata, in via Mascarella non c’erano volti noti del Comune.

Il sindaco Virginio Merola l’aveva detto con chiarezza: l’amministrazione avrebbe disertato l’appuntamento per non cadere nel “giochino” dei collettivi e non favorire momenti di tensione.

L’Università, invece, fa sapere che in via Mascarella c’erano Nino Rotolo (prorettore alla Ricerca) e Marco Bazzocchi (delegato alla Cultura). I quali, però, non si sono fatti notare: “Io non ho riconosciuto nessuno e nessuno dell’Università si è presentato a qualcuno di noi dicendo sono inviato dal rettore”, afferma Mauro Collina, compagno di Lorusso in Lotta continua. Detto questo, “sono arrivate questa mattina le corone del Comune e dell’Università, il fioraio le ha portate stamattina”, dice sempre Collina: “Alle 8 erano poggiate sotto la lapide”.

Solo che poche ore dopo, nel momento centrale della commemorazione, sotto la lapide c’erano sì diversi fiori ma solo un nastro riconoscibile, con la firma “Le compagne e i compagni di Francesco”. Altri fiori c’erano ma anonimi, nessuna traccia dei nastri di Comune e Ateneo. “Qualcuno avrà tolto le fasce”, allarga le braccia Collina.

Le corone delle due istituzioni “non le abbiamo viste neanche noi”, dicono quelli del Cua. “Noi siamo qui dalle 8 e non sono mai arrivate”, giurano gli attivisti di Hobo. Fatto sta che Palazzo D’Accursio conferma l’invio di un cesto floreale da parte del cerimoniale, con relativo nastro del Comune. Lo stesso dall’Ateneo, che spiega di aver mandato una composizione firmata, come tutti gli anni. Come promesso, gli studenti del Cua si sono fatti trovare schierati sotto la lapide, con tanto di caschi al braccio: “Sono i caschi che ci hanno difeso in questi giorni di lotta in zona universitaria”, urla al megafono un portavoce.

“Siamo qui, determinati, perché non vogliamo vedere le istituzioni venire a cercare una riappacificazione”, scandisce Pino De Biase di Crash: “Il semplice ricordo non basta, ci vuole continuità e voglia di riabbracciare la bandiera strappata dalle mani di Francesco”. Questo sapendo che oggi “le condizioni sono peggiorate rispetto al ’77”, aggiunge De Biasi, citando gli sfratti, lo sgombero della “Consultoria” e l’ingresso della polizia in Ateneo dopo l’occupazione della biblioteca di via Zamboni 36.

“Nessuna memoria condivisa”, urlano gli attivisti di Hobo, che alzano cartelli contro Merola e contro il rettore Francesco Ubertini, prima di deporre dei fiori portati sotto la lapide “da cinque generazioni di militanti comuniste”, compresa una bimba di pochi anni. Tra i volti noti del movimento di allora e della politica cittadina ci sono Franco ‘Bifo’ Berardi, Valerio Monteventi, Tiziano Loreti, Mirco Pieralisi e frate Benito Fusco. Da fuori Bologna sono arrivati il fotografo Tano D’Amico, Vincenzo Miliucci e Oreste Scalzone, che dice: “Qui ci siamo noi e non quelli che in pompa magna suonano le canzoni di regime”. Bis nel pomeriggio, con un corteo da piazza Verdi.

di Maurizio PapaAndrea Sangermano, giornalisti professionisti

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