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Chianti: “Soffocati da carte e finte pratiche, basta”

"La burocrazia dovrebbe venirci incontro, invece ogni giorno costringe l'imprenditore a misurarsi con ostacoli assurdi", dice il presidente del Consorzio Chianti

Pubblicato:11-02-2017 10:08
Ultimo aggiornamento:17-12-2020 10:54
Canale: Territori
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FIRENZE – “Le nostre imprese sono soffocate dalla troppa burocrazia e, peggio ancora, da una finta sburocratizzazione, perché in definitiva chi doveva risolverle, le problematiche, le ha solo aumentate”. Si sfoga Giovanni Busi, il presidente del Consorzio Chianti, alla vigilia dell’anteprima ‘Chianti Lovers’ 2017, in programma domani alla Fortezza da Basso, a Firenze. Sburocratizzare, infatti, “non significa sostituire una qualunque pratica con una più semplice, ma- spiega alla ‘Dire’- eliminarla se sostanzialmente non serve”. E qui Busi, sul punto precisa: “Intendiamoci, non chiedo una sorta di moratoria sulle nostre imprese, anzi, ben vengano i controlli. Però non possiamo più tollerare la mole di incartamenti inutili legati soprattutto al controllo delle basi produttive, che letteralmente ingessano la nostra economia”. I casi in cui il meccanismo si inceppa non mancano: “Fare un nuovo vigneto, ad esempio, è diventata un’impresa titanica“.

Per dar vita a questa operazione “siamo obbligati a presentare un piano spesa vincolante. Ma è qui che si presentano i problemi: lo ‘scasso’ del terreno per dire, vuoi perché ho trovato più sasso e quindi condizioni più difficili, può costare più del previsto. Di contro, puoi acquistare le barbatelle di viti a prezzi più vantaggiosi. Tutto questo però paradossalmente diventa un grosso ostacolo, perché a monte, sul preventivo, hai calcolato un altro prezzo, quindi un altro budget”. Se per la nuova vigna, poi, “arrivi ad acquistare 5 pali in meno di quelli dichiarati, perché magari hai un po’ di bosco e da lì ti prendi questi 5 benedetti pali, devi farti l’autofattura. Dico io, quindi, ma di cosa stiamo parlando?”. Per questo, conclude Busi, “non ne possiamo più, basta. La burocrazia dovrebbe venirci incontro, invece ogni giorno costringe l’imprenditore a misurarsi con questi assurdi, per altro con costi insostenibili”.

“MANCA SISTEMA, SIAMO FERRARI CON MOTORE 500”

Il vino in Toscana e in Italia “vive questo paradosso: è un po’ come una Ferrari, con gli interni di pregio e design sportivo. Ma poi se apri il cofano arriva la brutta sorpresa, perché ci trovi un motore di una 500. Era così lo scorso anno, è così quest’anno”, spiega alla ‘Dire’ Busi. “Nel mondo, anche come denominazione Chianti, siamo i più conosciuti. Però poi, in sostanza, manca il sistema Paese“, attacca. “Lo vediamo ogni volta che andiamo all’estero, dove la parola ‘Italia’ scarseggia, latita“. Il punto, continua il numero uno del Chianti, è che “noi abbiamo denominazioni molto forti, importanti, riconosciute nel mondo e che non vanno assolutamente toccate. Però nella partita manca la spinta della parola Italia, questa sorta di marchio di garanzia riconosciuto in tutti gli angoli del pianeta”. Invece, si lamenta, “spesso troviamo la parola ‘Vinitaly’. Ora con tutto il rispetto per ‘Vinitaly’, io dico una cosa diversa: è importante Italia, Barolo, Chianti, Brunello. ‘Vinitaly’ è una macchina che serve per traghettare le imprese e le denominazioni all’estero. Questo mi sta benissimo e ringrazio ‘Vinitaly’, però finisce lì”.

di Diego Giorgi, giornalista

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