ROMA – Scripta, notoriamente, manent. E se avete in programma di andare negli Stati Uniti è il caso di farsi il problema. Perché i viaggiatori diretti negli Usa da Paesi come Regno Unito, Francia, Germania o Corea del Sud potrebbero presto essere sottoposti a un controllo molto più approfondito dei propri profili social, con una revisione estesa fino a cinque anni di attività online. È quanto emerge da una proposta della US Customs and Border Protection (CBP) appena presentata.
La modifica riguarderebbe chi utilizza il Visa Waiver Program, che permette a cittadini di 42 Paesi di entrare negli Stati Uniti per soggiorni fino a 90 giorni senza visto, previa autorizzazione elettronica al viaggio.
Nel documento depositato sul Federal Register, la CBP anticipa l’intenzione di richiedere un set molto più ampio di informazioni personali: dagli account social agli indirizzi email dell’ultimo decennio, fino ai dati anagrafici di genitori, figli, fratelli e coniugi. Una svolta rispetto al sistema attuale, in cui per ottenere l’autorizzazione – valida due anni e costosa 40 dollari – bastano indirizzo email, recapiti di residenza e contatti d’emergenza.
La proposta si inserisce in una serie di iniziative già avviate dal governo statunitense per monitorare i social media dei richiedenti visto, compresi i lavoratori altamente qualificati con visti H-1B e gli studenti stranieri. Arriva inoltre sullo sfondo del previsto aumento delle tariffe, tra cui una tassa di “integrità del visto” da 250 dollari che, per ora, non si applica ai Paesi esentati dal visto.
La misura ha trovato la pronta opposizione del settore turistico. A novembre una coalizione di oltre 20 aziende ha contestato la nuova tassa, temendo un impatto negativo sugli arrivi internazionali, in particolare in vista di eventi come i Mondiali del prossimo anno.
L’agenzia ha annunciato una finestra di 60 giorni per raccogliere commenti pubblici. Se il piano venisse approvato, l’attuazione sarebbe graduale e potrebbe partire già nelle prossime settimane. Secondo alcuni esperti citati dal New York Times c’è alle porte un “cambio di paradigma”: non più verifica puntuale di elementi specifici, ma analisi generale dei contenuti online, con la possibilità di negare l’ingresso sulla base del tono o della natura delle discussioni.







