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Parte la fiera sulla New Space Economy: “Abbattiamo muro culturale”

Intervista alla presidente della Fondazione E. Amaldi, che, con Fiera Roma e Agenzia Spaziale Italiana (Asi), organizza l'evento
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ROMA – Dalla tac ai giocattoli per bambini, dai panni in microfibra ad alcuni farmaci: è sterminato il numero delle applicazioni tecnologiche che derivano da conoscenze nate per affrontare la vita nello Spazio, o sperimentate e validate in orbita. Adesso “riportiamo lo Spazio con i piedi per terra”, spiega la presidente della Fondazione E. Amaldi, Maria Cristina Falvella, che si accinge a inaugurare la seconda edizione di Nse – New Space Economy Expoforum, fiera dedicata alle applicazioni derivate dalla tecnologia spaziale nata per mettere in contatto scienza, tecnologie e imprese, in programma su una piattaforma virtuale l’11 e 12 dicembre.

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“Quando si pensa allo Spazio vengono in mente gli astronauti, i satelliti e i pianeti, cose bellissime moltoinspiring’, ma raramente ci si rende conto di quante tecnologie derivate dallo Spazio sono utilizzate quotidianamente: andiamo dagli involucri delle patatine o della cioccolata ai panni in microfibra che non trattengono l’acqua. E ricordiamo che la Tac, che usiamo ormai da molti anni, deriva dalla tecnologia per lo studio delle stelle ad alta energia- ragiona Falvella- L’innovazione, in teoria, è senza limiti. Dipende dal coraggio e dall’inventiva delle nuove start-up”.

Nse, organizzato con Fiera Roma e il supporto dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), punta a far incontrare e confrontare gli attori coinvolti nella New Space Economy, un settore “che a livello europeo genera quattro euro ogni euro investito, mentre in Italia il rapporto è di uno a sette- ricorda la presidente della Fondazione E. Amaldi- coinvolge, nel nostro Paese, 280 imprese ed è in crescita, con un fatturato intorno ai due miliardi di euro. Morgan Stanley ha fatto una valutazione a livello globale per cui lo sviluppo degli investimenti è intorno a 350 miliardi, ma la stima è che nel 2040 supererà i mille miliardi”.

La Fondazione E.Amaldi “ha sempre lavorato nella ricerca applicata finalizzata al trasferimento tecnologico e ha individuato tre linee che hanno un potenziale molto alto- spiega Falvella- Innazitutto la stampa 3D. Non serve solo a creare nuovi materiali, ma può anche essere funzionale allo sviluppo della creazione di elementi nutrienti attraverso il deposito di prodotti commestibili, e risolvere in parte il problema dell’alimentazione su larga scala, ad esempio. Poi, il deposito di film sottili, cioè la realizzazione di film micrometrici che rendono i materiali particolarmente resistenti, utilizzabili in modo migliore. L’applicazione è amplissima, dalle maschere dei pompieri ai giocattoli dei bambini, può essere utilizzato in agricoltura per proteggere le piantagioni. Infine, il grafene. Un materiale utilizzato addirittura per le molecole che trasferiscono farmaci nell’organismo. È amplissimo lo spettro dei campi di utilizzo. Non c’è settore tradizionale che non sia contaminabile con tecnologie abilitanti con soluzioni basate su applicazioni di derivazione spaziale. Il vantaggio è di tempi, costi, affidabilità e anche sostenibilità”.

Abbiamo grandi innovatori in Italia, ma manca un approccio manageriale che permetta di accompagnare la crescita di queste inziative e consolidarle all’interno dell’ecosistema nazionale. La fondazione E. Amaldi è impegnata anche su questo”, conclude Falvella.

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