giovedì 11 Dicembre 2025

Donna morta dopo 13 giorni al pronto soccorso, Asl Sardegna: “Basta odio, accuse ingiuste”

La Asl del Sulcis interviene dopo le notizie sul caso della donna morta dopo aver passato 13 giorni in pronto soccorso: "Accuse ingiuste e notizie false, la signora aveva gravi patologie pregresse"

CAGLIARI – “Siamo profondamente indignati per i messaggi di odio e le accuse ingiuste rivolte a operatori che, ogni giorno, lavorano con competenza, dedizione e rispetto per i pazienti, nonostante una cronica carenza di personale e un contesto organizzativo complesso”. Questo uno dei passaggi della nota diffusa oggi dalla asl del Sulcis, dopo il caso della paziente deceduta all’ospedale Sirai di Carbonia, dopo tredici giorni trascorsi in pronto soccorso. Una tragedia, si legge nel comunicato della asl- nel quale viene allegata anche una lettera dei familiari della donna- a cui “si sono accompagnate ricostruzioni non corrispondenti alla realtà e commenti offensivi verso i medici e gli infermieri coinvolti”.

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Nel rispetto di tutti e con il consenso della famiglia, viene specificato, “diffondiamo integralmente la loro lettera, nella quale vengono riconosciute la professionalità e l’umanità del personale del pronto soccorso, e si sottolinea come la paziente, affetta da gravi patologie pregresse, sia stata assistita al meglio nel tentativo costante di una soluzione che potesse portare all’intervento in condizioni di sicurezza”. Con la pubblicazione della lettera, “intendiamo porre fine a questa vergognosa campagna d’odio che ha ingiustamente colpito i nostri operatori e restituire serenità a chi lavora ogni giorno al servizio della comunità”. Dall’azienda, che, è rimarcato, “si unisce al dolore della famiglia e rinnova la propria vicinanza a chi soffre per questa perdita”, arriva anche un appello “al senso di responsabilità di tutti, affinché il confronto pubblico su vicende così dolorose avvenga sempre nel rispetto delle persone e della verità dei fatti”. Concetti ribaditi nella lettera aperta dei familiari della donna, firmata da un nipote, nella quale si specifica come la paziente, al momento del suo ingresso in ospedale, presentasse un quadro clinico “fortemente minato da anni di severa malattia, solo da ultimo compromesso ulteriormente dalla frattura al femore conseguente alla caduta”.
La signora, viene ricordato, “persona integra, cosciente e consapevole del suo destino ultimo, seppure gravemente sofferente, ha affrontato con tenacia e coraggio il periodo di degenza presso il reparto ‘Obi’ del pronto soccorso ospedaliero”.

In questo periodo di degenza, fanno sapere i familiari, “è stata costantemente monitorata e assistita dal personale ospedaliero, che si è sempre rapportato con i familiari della paziente. Dapprima informando loro sul protocollo sanitario adottato e poi tempestivamente avvisandoli circa il peggioramento delle condizioni di salute, già fortemente compromesse all’arrivo in ospedale, della loro congiunta”. Al netto di queste precisazioni, e per “porre fine a qualsivoglia illazione e speculazione, i familiari della signora chiedono riservatezza- chiude la lettera- e rispetto del lutto che li ha colpiti. Non certo clamore mediatico”.

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