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Sogno (afro) americano e realtà

Il figlio di Martin Luther King: “Per sconfiggere povertà, razzismo e violenza servono sforzi enormi; dovremo sfidare di continuo Biden e Harris, spingendoli ad agire”
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ROMA – Curioso, ma è andata così. Gli Stati Uniti sono finiti ufficialmente fuori dall’Accordo di Parigi sul contrasto ai cambiamenti climatici il giorno dopo l’Election Day, il 4 novembre. Poche ore e Joe Biden ha promesso che in 77 giorni gli Stati Uniti ci torneranno dentro. Il nuovo presidente giurerà a gennaio e promette una svolta. Gli impegni dichiarati per una ripresa “green” sono emissioni zero al 2050 e investimenti per 1.700 miliardi di dollari. Vedremo come andrà, pure col Senato repubblicano: buona fortuna. La stessa che servirà a Cina e Russia, destinate a restare antagoniste degli Stati Uniti pure dopo Trump; all’Europa, che spera di ritrovare a Washington un partner; al Medio Oriente e all’Iran, tenendo conto che storicamente le presidenze democratiche non sono state tanto più pacifiste di quelle repubblicane (il Vietnam fu roba loro e di guerre, alla fine, Trump non ne ha scatenate).

Poi c’è il fronte interno, Biden l’ha detto, con l’America da “guarire”. La neoeletta vicepresidente Kamala Harris, padre di origini giamaicane e madre indiana, è una promessa anche per il Black Lives Matter. E al Congresso sono state elette sei deputate native americane, un record. Non tutti però cantano vittoria. “A 57 anni dal discorso di mio padre ‘I have a dream’ il sogno non si è ancora realizzato” ha avvertito Martin Luther King III. “Per sconfiggere povertà, razzismo e violenza servono sforzi enormi; dovremo sfidare di continuo Biden e Harris, spingendoli ad agire”. Come dire: adesso tocca a voi, e vi terremo d’occhio.

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