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L’avvocato Smith: “Guantanamo è una fabbrica di terroristi”

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Il legale di sette detenuti nel carcere cubano spiega: "Abbiamo fatto crescere una generazione di giovani musulmani alienati, addestrandola a odiarci"
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ROMA – “Quando nel 2011 è stato ucciso Osama bin Laden sono stati trovati nella sua casa in Pakistan documenti con i nomi degli affiliati ad Al-Qaeda: non erano neanche 120 persone, di cui cinque erano i suoi figli. Pensare che questa organizzazione potesse essere una minaccia duratura per la sicurezza americana tanto quanto lo era stata l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda era assurdo. Con posti come Guantanamo però abbiamo fatto crescere una generazione di giovani musulmani alienati, addestrandola a odiarci. Rispetto all’11 settembre gli estremisti islamici ora sono molti di più”. I 20 anni di “guerra al terrore” sono visti dalla fine, e dalle celle di Guantanamo, se a guardarli è Clive Stafford Smith. Avvocato inglese, 62 anni, è il legale di sette dei 39 detenuti che ancora si trovano nella struttura detentiva di massima sicurezza istituita 19 anni fa dagli Stati Uniti nella base navale omonima situata a Cuba, conosciuta anche con l’acronimo Gtmo.

L’agenzia Dire lo intervista alla vigilia del 20esimo anniversario dell’attentato delle Torri Gemelle di New York che alla “guerra al terrore” diede il via. L’avvocato è tornato dal carcere di Guantanamo, dove si è recato per la 40esima volta, solo cinque giorni fa. “È sorprendente quanto la situazione sia avvilente”, denuncia Smith. “Ci sono persone che sono rinchiuse lì da 19 anni senza ancora essere andate incontro a un processo o senza che sia stata formalizzata un’accusa ai loro danni”.

Nove di loro, riferisce il legale, sono stati dichiarati liberi di lasciarla dalla Periodic Review Board che ciclicamente analizza la struttura e i casi dei detenuti. Due, originari del Pakistan, sono clienti di Smith. “Ci sono alcuni reclusi che potrebbero andare via anche domani, ma che non vengono rilasciati effettivamente, anche da dieci anni“, riporta l’avvocato. “La situazione ricorda un passaggio di un brano degli Eagles, Hotel California: ‘You can check out any time you like, but you can never leave’”, letteralmente: “Puoi lasciare l’albergo quando vuoi, ma non potrai mai andare via’.

Lo scorso luglio il cittadino marocchino Abdullatif Nasser è stato trasferito nel suo Paese di origine dopo 19 anni di detenzione senza accuse. Si è trattato del primo rimpatriato dell’amministrazione guidata dal presidente Joe Biden, e secondo il legale, comunque, “non sarà l’ultimo”. Le ragioni per facilitare la partenza dei reclusi sarebbero diverse, a cominciare dal dispendio economico, sottolinea Smith: “Per il carcere, dal 2002 a oggi, sono stati spesi addirittura sei miliardi di dollari”.

Lo scenario cupo di Guantanamo fa il paio con quello della ritirata della Nato in Afghanistan, il primo Paese dove gli americani sono intervenuti militarmente dopo l’11 settembre. Il 15 agosto i talebani contro cui Washington si era mossa nel 2001 sono entrati nella capitale Kabul e hanno proclamato l’Emirato islamico. Il 31 agosto l’ultimo marine ha fatto ritorno in patria, lasciandosi alle spalle un Paese che per certi versi somiglia a quello che attendeva il primo soldato Usa 20 anni fa.

Era tutto molto prevedibile, basta avere un minimo di consapevolezza storica”, dice Smith. “La Gran Bretagna ha combattuto tre guerre di Afghanistan, l’Urss una, le hanno perse tutte”. L’avvocato, che oggi dirige anche 3D Centre, una ong con la quale conduce campagne in difesa dei diritti umani, ricorda il suo ultimo viaggio a Kabul due anni fa: “Non c’era una sola persona che fosse contenta della nostra presenza e, in primo luogo, del fatto che li avessimo invasi”. Tra le ragioni di questo scontento c’è anche il governo presieduto da Ashraf Ghani, fuggito dal Paese mentre i primi talebani calpestavano il suolo della capitale. “La stessa amministrazione americana lo considerava il governo più corrotto al mondo” denuncia Smith. “Di fatto l’alternativa era tra un esecutivo fatto da criminali e i talebani, che non volevano più gli Usa: la scelta non poteva essere altrimenti”.

Vicende complesse, ma che portano con loro delle lezioni. “L’11 settembre era un atto criminale, non di guerra” dice l’avvocato. “I suoi autori dovevano essere considerati dei criminali e non dei guerrieri. Quest’ultima opzione, per altro, era proprio quella che desiderava Al-Qaeda”.

Parlando di Afghanistan, Smith cita ancora un brano musicale: “Micheal Franti cantava: ‘We can bomb the world to pieces, but we can’t bomb it into peace’, ‘possiamo fare a pezzi il mondo con le bombe, ma con queste non possiamo farci la pace’. La lezione è semplice: dovremmo smetterla di fare guerre in giro e di sostenere governi corrotti”.

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