A Roma un’installazione rosa shocking per ‘decolonizzare’ il WeGil

Per Serena Fiorletta, Isabella Pinto, Ilenia Caleo e Federica Giardini del master Studi e Politiche di genere dell'Università Roma Tre, era "un'esigenza"
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ROMA – “Decolonizzare il WeGil“. Per Serena Fiorletta, Isabella Pinto, Ilenia Caleo e Federica Giardini del master Studi e Politiche di genere dell’Università Roma Tre, era “un’esigenza, un passaggio fondamentale per poter attraversare quello spazio”, l’ex Gil, storico palazzo razionalista trasteverino progettato da Luigi Moretti e costruito in epoca fascista, recentemente recuperato e restaurato grazie all’intervento della Regione Lazio. 

Messo a disposizione per il Festival di arti performative ‘Short Theatre’ (6-14 settembre), al cui interno è stata ospitata la lectio magistralis del modulo ‘Arti’ del master, con la politologa e militante femminista Francoise Verges (collettivo ‘Decoloniser les arts’, ndr), il WeGil di largo Ascianghi è stato teatro di un’installazione rosa shocking, a ricordare la storia di un palazzo nato come Casa della Gil, Gioventù Italiana del Littorio. 

“Dovevamo portare in quello spazio il nostro master e Francoise Verges, ma eravamo in imbarazzo per la sua storia- spiega alla Dire Fiorletta, antropologa museale- Per questo abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa e abbiamo optato per un’azione murale che abbiamo chiamato ‘(We) are not Gil’“. Un titolo provocatorio, che interroga sulla scelta di rinominare il palazzo recuperato ‘WeGil’, che, se tradotto letteralmente, suona così: ‘Noi Gioventù Italiana del Littorio’.

“Ho visto lo spazio mesi fa nel corso di un sopralluogo e, oltre che simbolicamente, l’ho trovato fisicamente angosciante– racconta alla Dire Caleo, performer e ricercatrice- Entrando si notano le aquile imperiali, i fasci littori restaurati e un’enorme mappa dell’Africa con scritto ‘Tireremo dritto’. Un’Africa vuota, in cui sono inscritte solo le conquiste coloniali italiane del momento (Etiopia e Libia, ndr). Il tutto ha un impatto fisico molto forte, tanto che per noi è stato immediatamente chiaro che sarebbe stato difficile lavorare in quello spazio senza intervenire, senza ‘agirlo’ in qualche modo”. 

Non bastava, per le organizzatrici, ospitare il master in Studi di genere e la femminista Francoise Verges, perché “era qualcosa che chiamava in causa noi organizzatrici, in quanto italiane, romane, femministe, attiviste- chiarisce la studiosa- Non volevamo spiegare, ma sollevare questioni. Fare un gesto di natura artistica, agire sui segni presenti non cancellandoli, ma sovrascrivendone altri. Per questo, abbiamo deciso di scrivere con una tinta molto forte le domande che ci bollivano dentro“.

Alcune, “più dirette, che vanno a sollecitare il nostro immaginario coloniale”: ‘Dov’è l’Etiopia?’, ‘Dov’è l’Eritrea’, ‘Chi raffigura il colonizzatore?’, ‘Chi è il custode che custodisce?’, ‘Ricordare è femminista?’. Altre, “più nobili”: ‘Dove sei vulnerabile?’, ‘Che lingua parlano i tuoi fantasmi?’, ‘Il bianco è un colore neutro?’. “Sotto la mappa dell’Africa, poi- continua Caleo- abbiamo scritto una frase molto più grande: ‘Giochiamo a colonizzate e colonizzatori?‘”. E, a ricordare il punto di vista delle colonizzate, “accanto ai resti dei dipinti in cui sono ritratte delle donne nere portate in corteo da schiave, abbiamo posizionato un doppio testo: quello di Ennio Flaiano, che, anche se in modo critico, in un suo libro racconta l’esperienza di soldato italiano in colonia, da protagonista di quel disagio e di quel dolore; e quello di Gabriella Ghermandi, scrittrice etiope-italiana che rovescia il punto di vista di Flaiano, presentando la donna stuprata e uccisa nel libro come una resistente”. 

Uscendo, il visitatore fa un’ultima tappa “spiazzante- ricorda la ricercatrice- Sul soffitto abbiamo scritto: ‘Si può restaurare il fascismo?‘, per sollevare lo specifico di quell’edificio, che dopo il restauro poteva essere risignificato, magari trasformandolo in centro multiculturale, con una biblioteca di testi in tutte le lingue. E, accanto alle scritte, potevano essere pensate didascalie in arabo, in inglese e francese, per spiegare cosa è stato il colonialismo italiano”. 

Un “restauro filologico“, che per le organizzatrici del master necessariamente doveva e deve accompagnare il “restauro architettonico” e che ha segnato la cifra del talk con Verges che si è tenuto nella giornata di inaugurazione. “Non volevamo attraversare quello spazio in maniera neutra- sottolinea Fiorletta- e abbiamo deciso di entrare raccontando tutta la storia. Era importante come femministe e anche come master di Studi di genere, decolonizzare quello spazio prima di farci qualcosa, lo abbiamo fatto con un’installazione murale, con uno sguardo femminista“. 

Come per la statua di Indro Montanelli (tinta di rosa a Milano in occasione del corteo dell’8 marzo, ndr) “andava detto che quello è uno spazio fascista e colonialista. Non pensiamo che vada buttato giù, non siamo contro il restauro– chiarisce Fiorletta- ma è importante una patrimonializzazione consapevole, abitarlo in modo nuovo”. E le promotrici del master rilanciano: “Noi vorremmo che l’installazione restasse nello spazio dell’ex Gil, per dare modo a tutti di comprenderne la storia e attraversarlo con consapevolezza”, precisando che l’installazione è solo “un primo passo”.

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10 Settembre 2019
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