venerdì 4 Settembre 2026

Se vuoi farti amico Trump devi prestargli una prigione (o candidarlo al Nobel per la pace)

Il caso Bukele sta diventando un modello per altri Paesi in cerca di grazia. El Salvador ha ottenuto persino un rating di sicurezza superiore alla Francia, in cambio

ROMA – Ci sono due modi, per finire nelle grazie di Donald Trump: candidarlo al Nobel per la Pace, o prestargli una qualche prigione e prendersi i migranti “espulsi” dagli Stati Uniti che nessuno vuole. E’ una strategia, la seconda, che ha capito prima di tutti il presidente di El Salvador Nayib Bukele. Il suo è diventato un caso, un modello, che secondo osservatori internazionali, giuristi e attivisti per i diritti umani sentiti dal New York Times potrebbe pericolosamente diventare un esempio da seguire. Proprio in questi giorni Trump ha provato a convincere cinque Paesi africani ad unirsi alla causa.

Al centro dell’intesa tra Usa e El Salvador c’è la deportazione di migranti accusati di far parte di gang criminali – per lo più venezuelani – che vengono trasferiti direttamente in una prigione di massima sicurezza salvadoregna. In cambio, Bukele sembra aver ottenuto non solo un incontro alla Casa Bianca, ma anche un inatteso miglioramento dell’indice di sicurezza del suo Paese, superiore persino a quello della Francia.

Sebbene i dettagli ufficiali del patto non siano stati resi pubblici, alcune fonti confermano che gli Stati Uniti avrebbero versato circa 5 milioni di dollari al governo Bukele per ospitare oltre 200 deportati in carcere. Inoltre, su richiesta del presidente salvadoregno, Washington avrebbe rimpatriato alcuni leader del cartello MS-13, detenuti da anni negli USA e sospettati di conoscere i retroscena di vecchi rapporti tra il governo Bukele e la gang. Il presidente ha sempre negato qualsiasi accordo con le maras.

LEGGI ANCHE: Deportato per errore tra le gang in una prigione di El Salvador: Trump e Bukele dicono che lo lasceranno lì. E se la ridono

Secondo Iván Espinoza-Madrigal, direttore dell’organizzazione Lawyers for Civil Rights, altri governi starebbero valutando intese simili con Washington. “Alcuni Stati si stanno offrendo volontari per mettere a disposizione le proprie carceri e facilitare le espulsioni”.

Come detto, la ricompensa più visibile per Bukele, è arrivata ad aprile: il Dipartimento di Stato americano ha migliorato la valutazione sulla sicurezza dei viaggi in El Salvador, classificandolo al livello più alto, davanti a Paesi europei come la Francia. Una svolta notevole per uno Stato che fino a pochi anni fa contava uno dei più alti tassi di omicidi al mondo.

Bukele, che punta sul turismo come motore economico, ha celebrato il traguardo: “Livello 1: il massimo della sicurezza,” ha scritto, promuovendo nuove località per il surf. La decisione è arrivata subito dopo la sua visita al segretario di Stato Marco Rubio, nella residenza privata sul lago Coatepeque.

Nonostante la retorica securitaria, Bukele ha progressivamente limitato le libertà civili nel Paese: ha perseguitato ONG, arrestato oppositori e costretto all’esilio diversi giornalisti. Se l’Unione Europea ha criticato duramente una legge che consente al governo di zittire i dissidenti, gli Stati Uniti hanno scelto una linea silenziosa, certificando invece che El Salvador “sta rafforzando lo stato di diritto”.

Il presidente ha anche sfruttato mediaticamente l’arrivo dei deportati: le immagini dei prigionieri incatenati, diffusi in stile propagandistico, hanno fatto il giro del mondo. E dopo l’incontro alla Casa Bianca, Trump ha elogiato Bukele, ribattezzandolo “President B”.

Leggi anche