Riparte la campagna ‘Banche Armate’, padre Ivardi: “Finitela di investire nella guerra”

Una campagna nata 20 anni fa ma, nota il missionario, ancora più urgente “in questo momento di allarme tragico per la nostra umanità”
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Costruire la pace e investire nella vita, sostenendo il sistema sanitario e scolastico e le persone vulnerabili. E smettere di alimentare le guerre, producendo armi e supportandone finanziariamente la compravendita. Questo, secondo padre Filippo Ivardi Ganapini, direttore del mensile dei comboniani Nigrizia, l’obiettivo del rilancio della campagna di pressione nei confronti delle “banche armate”.

Un impegno nato 20 anni fa ma, annota il missionario, ancora più urgente “in questo momento di allarme tragico per la nostra umanità caratterizzato dalla pandemia”.

Padre Ivardi, di ritorno in Italia dopo oltre dieci anni trascorsi in Ciad, parla con l’agenzia Dire nel giorno di una conferenza stampa che a Brescia, con il titolo ‘Cambiamo mira, investiamo nella pace’, ribadirà l’importanza dell’iniziativa. La giornata non è stata scelta a caso, nel trentesimo anniversario della promulgazione della Legge 185 del 9 luglio 1990 sul “controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.

Secondo il direttore di Nigrizia, il provvedimento segnò “un passaggio importante” diventando “un fiore all’occhiello italiano di esempio per i movimenti europei”. Negli anni però, denuncia Ivardi, la volontà di “mandare in pensione” la legge da parte delle lobby militari ha finito per “indebolire” le norme.

Secondo padre Ivardi, d’altra parte, a perdere d’intensità è stata anche l’attenzione della società civile e dei movimenti ecclesiali, che non hanno più fatto sentire “il fiato sul collo alle banche”.

“Dalla crisi finanziaria del 2008 – spiega il missionario – la necessità di indagare sulle sorgenti e i percorsi del denaro è diminuita, complice l’aumentare delle necessità”.

Per il direttore di Nigrizia, sapere dove “finiscono i nostri soldi è un dovere morale, come cristiani”. “Siamo seguaci di Gesù di Nazareth – dice padre Ivardi – e non possiamo permetterci di sostenere guerre sanguinarie”.

Con la conferenza stampa a Brescia, organizzata insieme con Nigrizia dalle riviste Missione Oggi e Mosaico di Pace e dal movimento Pax Christi, si ribadisce “il diritto di informarsi come cittadini, cittadine e fedeli sulle transazioni bancarie e su come viene utilizzato il denaro”. Padre Ivardi è convinto: “Bisogna smetterla di finanziare guerre con le nostre risorse”.

DON SACCO (PAX CHRISTI): SCEGLIAMO LA VITA, NON GLI F35

“Ci troviamo a Ghedi, vicino a Brescia, un luogo dove c’è una base militare dove ci sono bombe nucleari e dove arrivano gli F35. Da questo luogo di morte mandiamo un messaggio di pace: tra un mese è anche l’anniversario di Hiroshima e Nagasaki, dobbiamo decidere se andare in direzione della morte o scegliere la vita”. Così il coordinatore del movimento Pax Christi e rappresentante della rivista Mosaico di Pace, don Renato Sacco, all’apertura della conferenza stampa organizzata per il rilancio della campagna di pressione alla “banche armate”.

Il messaggio di don Sacco è statopresentato all’inizio dei lavori della conferenza, che si tiene nella sede dei missionari saveriani di Brescia. Il coordinatore di Pax Christi ha detto che è necessario “mettere in discussione il nostro rapporto con le banche” e sapere “a chi diamo i nostri soldi ma anche da chi li prendiamo, visto che le banche si lavano la coscienza facendo ingenti donazioni, ma se i soldi arrivano dal traffico di armi questo crea un grande problema etico”.

Etico, ma anche legale, ha denunciato il coordinatore, “dato che esiste una legge, la 185 del 1990, che dice che non si vendono armi ai Paesi in guerra o che violano i diritti umani”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

10 Luglio 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»