hamburger menu

Per Ancelotti il 2022 è ‘fiesta’ continua: 63 anni e il matrimonio del figlio Davide

Quest'anno ha vinto lui, ha vinto suo figlio, ha vinto la squadra, il Real - in Spagna e in Europa, la Liga e la Champions - e hanno vinto le sue squadre della vita

ROMA – È un anno così, il 2022. Carlo Ancelotti non può fare a meno di festeggiare. Di rimbalzare tra vittorie e ricorrenze, di frastornarsi – semmai ne fosse capace – tra lacrime, brindisi e tutto quello che c’è nel mezzo. La celebrazione è diventata un’unità di misura, un metro tutto suo. E quindi il 10 giugno non poteva essere ‘solo’ un compleanno, il 63esimo che non essendo numero tondo svilisce anche l’appiglio giornalistico. No. Compie gli anni, Carletto, e suo figlio Davide convola a nozze con la compagna Ana Galocha. Un never ending party, come un trenino (“eeeee meu amigo Carlo…“) che va da Madrid, a Parigi, e ora ferma all’Hacienda Molinillos di Mairena de Alcor, 30 chilometri da Siviglia. Poiché nulla, in questa fase della vita di Ancelotti, avviene per caso, in una rotondità quasi fisiognomica del destino, ecco che pure che il 63 chiude un cerchio intimo. Quando Orsato ha fischiato la fine di Real-Manchester City, Carlo e Davide Ancelotti si sono abbracciati. Serrati. A lungo. Lì in mezzo c’era, visibile solo a loro, Luisa Gibellini, prima moglie di Carlo e madre di Davide, portata via da una malattia il 24 maggio di un anno fa. A 63 anni. Tutto torna, è il fato che dà i resti a Carlo.

Quest’anno ha vinto lui, ha vinto suo figlio, ha vinto la squadra, il Real – in Spagna e in Europa, la Liga e la Champions – e hanno vinto le sue squadre della vita: il Milan lo Scudetto, la Roma la Conference League. Una lunga scia dorata. Sembra una Fiesta di Hemingway, mancano solo i caffè di Montparnasse e le arene di Pamplona.

Il fatto che adesso rida, Carletto – ad oltranza, contraddicendo quel sopracciglio sempre all’erta – non è un caso. Suo padre piangeva il giorno in cui lasciò Reggiolo, perché oltre ad allontanarsi dal figlio perdeva due braccia buone per la terra e gli animali. Carlo Erminio, secondo nome in omaggio del nonno, è figlio di quella umile e prospera Emilia-Romagna ma soprattutto di Giuseppe. L’ha cresciuto pronto al mondo, solido. Sempre a suo agio, attento al benessere mai al lusso, alla vita dolce e non alla dolce vita. Di tanto in tanto, dicono i suoi amici, torna a far visita ai suoi genitori al cimitero. La vecchia casa, una casetta con una stalla per due o tre mucche, appartiene ora ad un’altra famiglia. Il bestiame non pascola più sui terreni in affitto. E la casa unifamiliare dove si trasferirono in seguito è rimasta vuota: l’ha lasciata alla sorella, che oggi vive a Novi di Modena, 17 chilometri di distanza. E’ quest’uomo, fatto così, che è diventato il primo allenatore della storia del calcio a vincere i cinque campionati più importanti d’Europa: Italia col Milan, Inghilterra col Chelsea, Francia col Psg, Germania col Bayern e Spagna con il Real Madrid. L’unico a vincere quattro coppe dei Campioni. Senza che mai qualcuno abbia preso a teorizzare un “ancelottismo”. Men che meno lui, un antidoto vivente dell’ostentazione.

Non è buono, Ancelotti: ha buon senso. E’ diverso. Sa campare. Persino a Napoli, dove sono riusciti nell’impresa di dargli del “bollito”, del “pensionato”. Dissero che era “venuto a sistemare il figlio”, in una città dove la disoccupazione è un lavoro e il senso del ridicolo una virtù perduta. Ora dicono – davvero – che vince perché “ha culo”. Sono i “culisti”, i dadaisti della nostra epoca. Gli rinfacciano tutto quello che NON ha fatto: Ancelotti NON ha vinto lo scudetto a Napoli, o la Premier con l’Everton. Ma ha vinto col Real, col Milan, col Chelsea, col Bayern, col Psg… “Eh, così sono bravi tutti”.

“Mi sembra straordinario che un personaggio che è da anni nell’élite assoluta e che ha vissuto nelle grandi capitali europee conservi ancora intatto il suo originale spirito rurale – dice di lui Jorge Valdano – E che parli di suo padre, e di suo figlio, con tanto amore. Ha un equilibrio straordinario, il dono della semplificazione e modi sempre rispettosi, cosa difficile da conservare in un territorio tanto emozionale com’è il calcio. E poi è un uomo felice: in questo mondo dove tutti i protagonisti sembrano soffrire come dei disgraziati, ecco una persona che non solo si diverte, ma che ha il coraggio di dirlo senza alcun complesso”. Fa festa, Carletto. Si diverte. Questo è il segreto, a 63 anni.

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

2022-06-10T10:21:08+02:00