Una scultrice racconta che “la violenza non è una scarpetta rossa”

"Siamo carnefici di noi stesse"
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ROMA – C’e’ un campo di concentramento la’ fuori e camminiamo verso la morte”. Simona P. ha impiegato ‘solo’ 7 mesi per uscirne. Vedeva che in quell’uomo qualcosa non andava e per questo lo aveva lasciato.

Poi la famosa ultima sera, quella che, come da copione, segue ai messaggi, ai tentativi frustati e vani di conciliazione, lui suona alla porta di casa per prendere le sue ultime cose, le sferra un primo pugno e iniziano “3 ore di mattanza”.

Tutto avviene nel piccolo corridoio che divide le stanze, a due passi dalla porta principale di casa. Simona grida, chiede aiuto, ma nessuno sente nulla, in quel condominio di Trieste-Parioli, un quartiere bene di Roma. Eppure sono palazzine incollate una sull’altra in una piccola cittadella signorile e appartata.

E’ il 31 maggio del 2012 e sono le undici di sera. Simona uscira’ viva solo grazie ad un inganno: “Amore mio aiutami, amore mio scusami, ma non vedo piu'”. Si finge cieca, gli parla amorevolmente, gli dice questo per placarlo, in un barlume di lucidita’, quando inizia a temere di non uscire viva. E’ svenuta due volte, si e’ fatta la pipi’ addosso.

Simona scappa mentre lui si sposta in un’altra stanza, si ritrova in strada senza chiavi ne telefono, sopravvivera’ con “una protesi sotto l’occhio che e’ sceso di 8 mm rispetto all’altro, un timpano sfondato, la parte sinistra del corpo completamente nera, 22 fratture sul volto, qualche dente spezzato e tanti vetri in gola” perche’ lui le ha infilato una bottiglia in bocca.

Simona e’ una bellissima donna, alta 1 metro e 74, eppure finisce annichilita sotto la furia di quest’uomo ‘insospettabile’: “colto, affabile, musicista di violino, amabile compagnia”. Il ritratto del carnefice che non ti aspetti. “E’ una storia come tante altre- dice Simona intervistata dall’agenzia Dire- il copione e’ lo stesso. E’ come avere il cancro, tutti fanno la chemioterapia”.

Sono passati sette anni e dopo un lungo percorso di rinascita Simona ha imparato a non chiedersi il perche’ di tutto questo. “Non puo’ esserci perche’- spiega- e non voglio sentirlo il perche’. Gelosia? Alcol? Droga? La fine di una storia? Non sono perche’. La violenza e’ violenza punto“.

L’uomo, dopo un capo d’imputazione per tentato omicidio, ha avuto una condanna per lesioni ad “1 anno e 4 mesi” e il processo dovrebbe riniziare, sempre che non finisca in prescrizione. “Sono prontissima ad andare avanti- dice Simona- ma non mi aspetto niente”.

Lei ha fatto tutto quello che si raccomanda alle vittime di fare: “ho denunciato, sono andata subito a chiedere aiuto alla prima caserma dei carabinieri che sono stati miei testimoni, appena sono riuscita a sfuggire dalle sue mani e mi sono ritrovata in strada sfigurata e senza niente, io ho fatto tutto quello che dovevo fare, quindi non venitemi a parlare di scarpette rosse o di associazioni”.

Simona e’ una voce fuori dal coro: “Dico che come donne siamo carnefici di noi stesse, vado contro le donne e contro le famiglie dove non si parla, non ci si ascolta piu’. Tante sanno da subito che quegli uomini sono cosi’, a loro dico di ascoltarsi e mettersi in salvo, e capire che l’amore non vince su tutto”.

Il processo non e’ ormai la cosa piu’ importante per Simona e non e’ nemmeno tutto quello che conta. Lo dice una donna “alla quale e’ capitato di incontrare, camminando per strada, il suo carnefice”.

L’ARTE CHE CURA

Bisogna ricostruirsi, curarsi. “Per mesi non sono piu’ riuscita a sentire suonare il citofono, non ho dormito, non ho pianto perche’ avevo le ciglia dell’occhio al contrario. Ma oggi, oggi sto bene”. Simona ci e’ riuscita spaccando un vecchio tavolo di mobilio di famiglia e iniziando cosi’ a fare il suo “Urlo”. Materia, colore rosso vivo a ricordare gli schizzi di sangue che quella notte rimasero sulle pareti di acciaio della casa, e poi una statua dedicata a se stessa con le mani e la testa mozzata, e la sua testa trapassata in gola da una bottiglia. L’arte che ha sempre fatto parte della vita di Simona diventa l’opera “che non la fara’ impazzire”.

E la casa si trasforma in uno studio dove ogni opera e’ un monumento di denuncia al femminicidio. C’e’ Sara Di Pietrantonio, con il torace invaso dalle fiamme e i capelli folgorati dal fuoco; Pamela Mastropietro con gli arti a brandelli; una donna soffocata in un sacchetto a testa in giu’, poi c’e’ una dea marina che riaffiora dall’acqua. E poi schizzi, pitture, disegni, volti di donne su rotoli di carta che avvolgono le pareti. “Andiamo fino in fondo” ripete Simona. All’uomo che le ha fatto tanto male “auguro solo di non dormire piu'”. Lo definisce “un pupazzetto sorridente”.

Gia’ un’altra volta, prima di quella maledetta sera, l’aveva picchiata. Per questo dice che “le donne devono fermarsi in tempo, perche’ lo sanno”. Vive immersa in questo monumento e tutto quello che conta e’ “essere qui, essere viva”. Progetta l’esposizione della sua “mostra sul femminicidio” sfidando censure e gli imbarazzi di qualcuno. E’ una stanza scomoda quella in cui Simona, con l’arte, ha ricostruito la cronaca di quella sera di maggio. Ma la violenza e’ questo urlo qui e non e’ una scarpetta rossa.

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10 Giugno 2019
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