Sudan, l’attivista: “Lavoratori di tutto il mondo, sosteneteci”

"Manifestanti stuprati, bruciati, minacciati. E siamo ancora pacifici"
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ROMA – “Sono una cittadina sudanese e mi trovo attualmente a Khartoum, e come componente di una più ampia rivoluzione per una transizione civile e democratica, cerco di fare la mia parte per ottenere un sostegno nel dare voce allo sciopero e alla disobbedienza civile a oltranza”. Inizia così il messaggio che un’attivista sudanese ha deciso di far circolare tra i giornalisti, mentre si diffondeva la notizia di altri quattro manifestanti uccisi, ieri, nella prima giornata di sciopero generale indetta dall’Associazione dei professionisti sudanesi. Queste morti si aggiungono alle oltre cento verificatesi, secondo Amnesty International, dal tre giugno, quando le forze di sicurezza sudanesi hanno aperto il fuoco contro un accampamento di manifestanti e le successive proteste.

“Dal momento che c’è un blackout di internet sono una delle poche fortunate ad avere un cavo wi-fi e a poter ottenere informazioni in maniera sicura. Quindi ho la responsabilità di agire” continua la lettera. E prosegue: “L’obiettivo della disobbedienza è continuare la protesta pacifica e la resistenza contro un sistema oppressivo di dittatura militare pseudo-islamista. Le proteste pacifiche sono state attaccate regolarmente con violenza feroce, culminando nella dispersione dei sit-in in tutto il Paese da parte delle milizie note come ‘janjaweed’ e degli agenti di sicurezza dello ‘stato profondo’. Manifestanti pacifici sono stati picchiati a morte, nelle prime ore del tre giugno, colpiti con proiettili, bruciati, violentati, sfregiati con i machete e gettati nel Nilo. E siamo ancora pacifici. Non una sola bottiglia molotov o un atto di resistenza violento, tranne che per difendersi direttamente dalle milizie quando queste invadevano le case per stuprare e saccheggiare. In arabo cantiamo ‘silmiya silmiya dhid al-haramiya”, “pacifici, pacifici contro i ladri’ e ‘madaniya wala sabba abadiya’, ‘(governo) civile o protesta eterna’. Le forze di sicurezza dello ‘stato profondo’ e i ‘janjaweed’ stanno usando la violenza per rompere quello che è il più grande atto di disobbedienza civile al mondo. Lavoratori in sciopero sono stati uccisi, costretti a lavorare con una pistola puntata contro o fatti scomparire. I sindacati sono un pilastro dei sistemi democratici. Non è una coincidenza che non ci siano sindacati liberi nelle dittature. Per questo vogliamo raggiungere quanti più sindacati è possibile affinché sostengano la protesta pacifica di un intero Paese. È davvero necessario che diventi un caso di ‘lavoratori del mondo uniti’. Per favore, aiutateci a far passare questo messaggio”.

SECONDO GIORNO DI SCIOPERO, STRADE VUOTE E NEGOZI CHIUSI

Strade ancora semideserte a Khartum e in altre città del Sudan, dove è in corso il secondo giorno di disobbedienza civile e sciopero a oltranza per chiedere la transizione del potere dalla giunta militare a un’autorità civile. Su un social network, il giornalista Tom Wilson pubblica alcune foto per documentare la situazione: “Le strade del centro di Khartoum sono leggermente più movimentate stamane, ma i negozi ancora chiusi” scrive. Immagini di strade vuote diffuse dall’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), leader delle proteste fin dalle prime manifestazioni di dicembre, sarebbero state scattate invece a Wad Madani. La protesta, a oltranza, è stata indetta anche come risposta alla violenta repressione del 3 giugno. Da quella data, secondo le ultime stime diffuse da Foad Aodi dell’Associazione dei medici di origine straniera in Italia, i morti sarebbero “160, tra cui 50 donne e 30 bambini. Tanti sono stati buttati nel Nilo con un peso legato al corpo”.

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10 Giugno 2019
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