Nella tana dei tifosi del Porto: “Mourinho ci ha traditi, attenta Roma…”

copertina mou
L'ammonimento: "Attenti: comanda solo lui. Non i giocatori, non il presidente. Se si scoccia, molla tutto e se ne va"
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ROMA – A Porto, nell’antica taverna di Alfredo Adega, il futuro allenatore della Roma Josè Mourinho è ormai solo un volto tra molti altri, da riconoscere in un paio di foto. Il locale a pochi passi dalla Chiesa di Sant’Idelfonso, in Rua do Diavolo, è aperto “da un secolo”, spiega il proprietario. Da allora è tra i ritrovi preferiti dei tifosi biancoblu, i ‘Dragoes‘ che vengono qui per discettare di football, tra una birra e un piatto di baccalà, sotto lo sguardo muto di centinaia di calciatori d’ogni epoca. Qui c’è la storia del Porto football club, in forma di immagini, vessilli, stendardi, il vanto di una città che fin dallo stemma, il Drago, significa onore e coraggio.

Nel ricordo dei Dragoes, Mourinho non merita neppure un ritratto da solo. “Eccolo, eccolo qui…”, sale su una sedia Daniel per indicare col dito la faccia del tecnico nella formazione del Porto, campionato del 2002-2003. Annata storica: scudetto, coppa del Portogallo, Supercoppa, coppa Uefa, vinta 3 a 2 contro il Siviglia, con un gol nei supplementari a 5 minuti dai rigori. “Ma c’è anche qui”, aggiunge Luiz indicando una foto più in alto. Quello è il Porto del 2004, secondo scudetto, e soprattutto Coppa Campioni, strappata per 3 a 0 ai tedeschi del Bayern Monaco.

Ma la passione per Mou che oggi divampa a Roma, nel cuore dei Dragoni si è raffreddata da tempo. “Mourinho non è importante. Il Porto è importante. Il club è sempre più grande di Mourinho”, taglia corto Daniel.

Ma come, non è più lo Special One? “Ma Special One lo è stato per il Chelsea”, commenta amaro Luiz. “Per noi non è speciale”. Luiz ricorda l’impresa del 2003 contro il Siviglia, quella che Mourinho ha definito “la più grande partita della mia vita”. Alla fine il tecnico portoghese corse con la coppa per tutto il campo. L’anno dopo non fu così.

All’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen i biancoblu dominarono contro i tedeschi, tre a zero senza storia e portarono a casa la Coppa più ambita. Ma già circolavano le voci di un accordo tra Mou e gli inglesi. “Mourinho baciò la Coppa e se andò al Chelsea. Non l’abbiamo visto più”, dice Luiz, alludendo al fatto che l’allenatore abbandonò platealmente il palco della premiazione, turbato – così disse – dalle minacce dei tifosi.

Vi siete sentiti traditi? Luiz allarga le braccia. Non c’è bisogno di alcun commento. Un conto è il Drago, il club, un conto gli allenatori e i calciatori. Racconta cosa significhi questo simbolo, il Drago, per gli abitanti di Porto. La squadra di calcio l’ha adottato nel lontano 1922. Ma cento anni prima, nel 1833, il Drago era stato il vessillo sotto le cui insegne il regime liberale si era insediato in Portogallo. A Praca da Liberdade, 200 metri più in basso della taverna di Alfredo Adega, c’è tutta la storia di una città e di una squadra.
A cominciare dalla statua di Dom Pedro IV, che a Porto resistette all’assedio mosso dalle truppe del fratello, il sovrano assolutista Dom Miguel. Un anno di cannoneggiamenti, e poi il tifo e il colera. Ma alla fine, inattesa, la vittoria. Non è così anche il calcio?

Quindi Dom Pedro IV instaura la monarchia costituzionale e rende onore alla città di Porto, dichiarandola “città mai vinta”. Invitta. Il Drago, antico simbolo d’armi delle casate locali, diventa lo stemma. Dopo la morte – così lascia scritto Dom Pedro Iv- il suo cuore sarà conservato in città. È ancora lì, in un’urna d’argento, nella Chiesa di Lapa, su un altare sorvegliato dalla statua di un Drago. Per questo si chiamano Dragoni. Una storia secolare che continua. Lo stadio cittadino si chiama Estadio do Dragao per scelta di Jorge Nuno de Lima Pinto da Costa, presidente del club dal 1982. Lui ha portato Mourinho in città, lui ha costruito l’impianto ed ha rifiutato di averne l’intitolazione. Meglio Stadio del Drago.

I Dragoes si sono disamorati. Ma a Roma – che dite – Mourinho ce la può fare? Lui è comunque uno che ci serve, carica la squadra… “Questo sì. Se riesce a creare l’équipe, e lo staff attorno… Se crea il gruppo… allora ce la può fare”, concede Luiz. “Ma attenti: comanda solo lui. Non i giocatori, non il presidente. Se si scoccia, molla tutto e se ne va”.

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