Africa, il Sahel: la ‘tempesta perfetta’ che interroga i giornalisti

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"Contrastare "stereotipi" e "pressapochismi" è tra le proposte emerse durante un corso di formazione per giornalisti dedicato al Sahel e alla sua "narrazione" nei media italiani
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ROMA – Il Sahel è una fascia di terra d’Africa che corre per 6mila chilometri, al margine del deserto e sull’orlo di una “tempesta perfetta“, conseguenza degli effetti dei cambiamenti climatici e di una insicurezza crescente. Allo stesso tempo però è anche terra di rivoluzioni, riuscite come quella sudanese, di diaspore che investono e di migranti che ritornano portando competenze. E non da ultimo di una quotidianità che meriterebbe di essere “illuminata”, per contrastare “stereotipi” e “pressapochismi” dell’informazione meno attenta. Sono alcune delle valutazioni e delle proposte emerse oggi durante un corso di formazione per giornalisti, dedicato al Sahel e alla sua “narrazione” nei media italiani. Lo spunto di partenza sono le indicazioni contenute nel rapporto ‘Illuminare le periferie’, ideato dall’ong Cospe, curato dall’Osservatorio di Pavia e realizzato insieme a Federazione nazionale delle stampa italiana (Fnsi), Usigrai, Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) e impresa sociale Con i bambini, con la collaborazione di Rai per il sociale.

Al centro dell’incontro, la presenza della regione nell’agenda estera dell’informazione, o meglio, della sua frequente “assenza”, come ha osservato Vincenzo Giardina, giornalista dell’agenzia di stampa Dire e firma di Oltremare, magazine di Aics. Secondo il cronista, a ricevere la maggiore attenzione sui media italiani sono spesso fenomeni che si inquadrano in un contesto di più generale “insicurezza”, tra i quali “i rapimenti e le uccisioni, come quelli di due colleghi spagnoli che si sono verificati il 26 aprile in Burkina Faso, e poi i colpi di Stato e le crisi umanitarie”.
Secondo Giardina, però, “il rischio è che i tempi dell’informazione ai tempi di internet e dei social portino i giornalisti a percorrere sentieri già battuti, senza tentare cammini differenti e proporre prospettive nuove”. Tra gli esempi del cronista, nuove generazioni di registi e talenti che utilizzano in modo innovativo le possibilità offerte da smartphone e piattaforme social, o movimenti popolari, democratici e partecipati, come quelli protagonisti delle rivoluzioni in Burkina Faso nel 2014 o in Sudan nel 2019. Citato poi il ruolo delle diaspore, vero e proprio ponte culturale, attive in progetti di imprenditoria e di rilievo sociale.

Anna Meli, responsabile comunicazione di Cospe, una ong attiva nel Sahel occidentale fin dal 1985 con i primi progetti in Senegal e Niger, ha parlato degli “effetti scioccanti che i cambiamenti climatici stanno avendo sulla zona”, esortando il mondo dell’informazione a realizzare “la stretta connessione che c’è tra gli eventi che si verificano in questa regione e quanto succede in Italia e in Europa”.

Un invito che l’informazione italiana sembra in grado di raccogliere solo in parte, secondo Paola Barretta, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia e rappresentante di Carta di Roma, le due organizzazioni che hanno promosso ‘Illuminare le periferie’. Stando alla ricerca, l’unico possibile “trait d’union” tra noi e il Sahel sembra l’immigrazione. Anche in questo caso però, il racconto è parziale e, ha sottolineato Barretta, “si ferma a Lampedusa e tende a enfatizzare soprattutto la questione dei confini, al punto che otto notizie su dieci dedicate al tema sono incentrate su questo”.

Tra gli assenti quando si parla di migrazione c’è anche la sua componente “circolare e di ritorno”. A sottolinearlo, in videocollegamento dal Senegal, è stata Silvia Lami, della ong Lvia. Insieme a Cisv e Cospe, l’organizzazione promuove il progetto Migra nelle zone di frontiera tra il Paese africano, la Guinea Bissau e la Guinea. Al centro, oltre al “rilancio del tessuto produttivo con il sostegno alle startup e a un’opera di sensibilizzazione con il lavoro di attori locali”, ha sottolineato Lami, c’è anche “l’assistenza psico-sociale ai migranti di ritorno” e un’attenzione particolare “alla mobilità regionale, che nonostante sia per lo più ignorata dai nostri media è quella più rilevante”.
Di nuovi modi di narrare l’Africa e la migrazione ha detto Chiara Barison, responsabile comunicazione della sede Aics di Dakar. Tra i suoi esempi c’è ‘Foo Jem’, in lingua wolof ‘Dove vai?‘, un programma radiofonico promosso dall’Agenzia e andato in onda su una delle emittenti più ascoltata del Paese. “Mette a confronto opinioni e racconti dei giovani senegalesi, senza impiegare la chiave della migrazione in modo diretto e senza neanche parlare necessariamente di ‘storie di riuscita’” ha sottolineato Barison: “Un concetto, questo, abusato ma in realtà relativo e di difficile definizione”.
Tra i primi ospiti del programma radiofonico c’è stata la saggista senegalese Hamidou Anne. “Suo è il concetto di ‘afroresponsabilita”” ha spiegato Barison: “È la proposta di un approccio consapevole e senza stereotipi all’Africa, una terza via necessaria tra ‘afropessimismo’ e ‘afrottimismo’, due posizioni diffuse”.

CARTA DI ROMA: TROPPO EUROCENTRISMO, SUDAMERICA ASSENTE

Proprio nell’anno della pandemia di Covid-19, che in America Latina “ha fatto registrare un impatto drammatico”, abbiamo osservato una “riduzione della copertura mediatica degli scenari di Centro e Sud America, sempre a favore di una narrazione eurocentrica”. Così Paola Barretta, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia e collaboratrice dell’Associazione Carta di Roma, nel corso di un corso online per giornalisti dedicato al Sahel e alla sua narrazione nell’informazione italiana. L’Osservatorio e Carta di Roma, insieme alla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), Usigrai, Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) e impresa sociale Con i bambini e con la collaborazione di Rai per il sociale, hanno realizzato la terza edizione dello studio ‘Illuminare le periferie’. Il rapporto indaga sugli spazi e le modalità con cui la nostra informazione racconta gli “esteri e le periferie” del mondo. A emergere dal documento, ha riferito Barretta, è appunto una poco copertura mediatica dedicata all’America Latina nonostante alcuni dei Paesi più colpiti dalla crisi sanitaria si trovino proprio nella regione, come Ecuador e Brasile. A rafforzare questa tendenza, ha aggiunto la ricercatrice, anche la “scomparsa dei corrispondenti da Paesi importanti della regione come l’Argentina”, denunciata dall’Unione sindacale giornalisti Rai (Usigrai).

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