Ha cantato amore e uguaglianza, 40 anni fa moriva Bob Marley

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Grazie a lui il reggae è uscito dalla Giamaica e raggiunto tutto il mondo. Il ricordo degli artisti, da Lion D agli Africa Unite
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ROMA – Reagiva. Non voleva andarsene, avvolto nell’affetto della moglie Rita. Era l’11 maggio 1981, Bob Marley stava morendo, se ne sarebbe andato da lì a poco. Ma in quegli ultimi istanti di vita avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non lasciare Rita. Mise la testa tra le sue braccia e lei, cantando, lo rincuorava: “Il Signore avrà cura di te”. Provava a farsi forza, la donna che lo aveva accompagnato per gran parte della sua vita, finché non è scoppiata in lacrime: “Bob, ti prego, non lasciarmi”. Anche se nella vita aveva amato tante donne, ha avuto tredici figli, tre con sua moglie Rita, due adottati da due relazioni di Rita, e gli altri otto da relazioni con altre donne, da sua moglie non si sarebbe mai separato: “Lasciarti per andare dove? Perché piangi?- le disse- Dimentica il pianto, Rita. Continua a cantare“.

Robert Nesta Marley, ‘Bob’ per chi lo ha conosciuto attraverso la sua musica, era nato a Nine Mile, un villaggio giamaicano, il 6 febbraio 1945. Cantautore, chitarrista e attivista, ha contribuito in maniera determinante a diffondere la cultura giamaicana, lo stile e la musica reggae al di fuori della stessa Giamaica.

Padre britannico, Norval Sinclair Marley, e madre giamaicana, Cedella Booker, con quest’ultima va a vivere a Kingston: in piena adolescenza lascia la scuola e inizia a lavorare come saldatore. La scelta che gli cambierà la vita intorno ai 17 anni, quando decide di diventare un rasta, ovvero un seguace del Rastafarianesimo, una religione monoteista nata negli Anni 30 che veniva considerata erede del cristianesimo. Il nome deriva da Ras Tafari, usato dall’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié I, figura per la quale Marley aveva una vera e propria venerazione.

È il 1961 quando pubblica il suo primo singolo, ‘Judge Not’, considerato molto innovativo ma che non ebbe un gran successo.

Nel 1964, invece, decise di formare con Bunny Livingston e Peter Tosh i The Wailers, con cui suonò ovunque in giro per il mondo in due diverse fasi, compreso il 1974, quando cioè riformò la band dopo un precedente scioglimento, continuando a suonare e a pubblicare dischi con il nome Bob Marley & the Wailers. La scelta di trattare temi, nelle sue canzoni, come l’uguaglianza, la lotta contro l’oppressione politica e razziale, l’invito all’unificazione dei popoli di colore come unico modo per raggiungere la libertà, lo trasformano in un vero e proprio leader politico, spirituale e religioso.

Alla fine degli Anni 70 la Giamaica è tormentata da una guerra civile politica, alimentata dai due principali partiti politici, il Jamaican Labour Party ed il People’s National Party. Per cercare di fermare questo conflitto, organizza l”One Love Peace Concert’, un concerto politico in cui Marley, mentre canta Jammin’, convince i due principali esponenti politici, Michael Manley (PNP) ed Edward Seaga (JLP), a stringersi la mano. Un evento storico.

Tornando alla parte musicale della figura di Bob Marley, infinita è la sua produzione, tra album storici, come Uprising, Kaya, Surival, Exodus, il postumo Confrontation, e singoli che hanno lasciato una traccia indelebile nella storia della musica, a livello mondiale. Si va da I Shot the Sheriff a No Woman, No Cry, Is This Love, Natural Mystic, One Love, Exodus, Africa Unite, Catch a Fire, Could You Be Loved, Get Up, Stand Up, Three Little Birds, Jammin’, No More Trouble, Waiting in Vain, Redemption Song e Stir It Up. E solo per citare una parte delle sue canzoni.

A contribuire al successo di Marley oltre i confini giamaicani, anche l’intervento di altri artisti di livello. Come Eric Clapton: il leggendario bluesman incise una cover di I Shot The Sheriff, che diventerà addirittura più famosa dell’originale. Il Re del Reggae ha inciso in tutto 17 album, 8 come The Wailers, 9 come Bob Marley & The Wailers.

Una carriera in continua ascesa, un successo che aveva varcato i confini giamaicani, ma che si dovrà fermare improvvisamente. È luglio del 1977 quando si procura una ferita all’alluce destro, l’artista si convince di averla riportata durante una partita di calcio. Finché in un’altra partita, l’unghia si stacca. La diagnosi, agghiacciante, non lascia scampo: melanoma maligno che cresceva sotto l’unghia dell’alluce. Da alcuni medici gli fu consigliato di amputarlo, per altri l’intervento avrebbe dovuto riguardare solo il letto dell’unghia, opzione scelta da Marley per motivi religiosi. Il melanoma non fu curato del tutto e progredì fino al cervello.

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Dopo circa un anno, deciso a non fermarsi nonostante i problemi di salute, organizza l”One Love Peace Concert’, mentre nel 1980 pubblica l’ultimo album, Uprising, disco a forti tratti religiosi, che contiene singoli come Redemption Song e Forever Loving Jah. Se da una parte il cancro, inarrestabile, si diffonde nel suo corpo, dall’altra la sua voglia di fare musica non si ferma. In tour in Europa, il 27 giugno 1980 canta davanti a 100mila persone a Milano, mentre negli Usa ha in programma 2 concerti al Madison Square Garden di New York: qui Marley ha però un collasso facendo jogging al Central Park. Il 23 settembre 1980 tiene il suo ultimo concerto, allo Stanley Theater a Pittsburgh. Tutti questi concerti fanno parte del suo ultimo tour prima della morte, l’”Uprising Tour”.

Vola quindi in Germania, per un consulto medico: il cancro è implacabile. I dreadlock di Marley diventano troppo pesanti, perché i capelli sono sempre più indeboliti a causa del cancro. Anche il taglio diventa una sorta di evento, una decisione molto sofferta: lo fa mentre legge la Bibbia. In volo verso casa, è costretto a fermarsi a Miami per un peggioramento della salute. Qui muore la mattina dell’11 maggio 1981. Poco prima di morire, parla con tutti i suoi figli: “Money can’t buy life” (“i soldi non possono comprare la vita”).

Bob Marley riceve i funerali di stato in Giamaica, con elementi combinati dei riti delle tradizioni dell’ortodossia etiopica e Rastafari.

LION D: “HA DATO VOCE A CHI NON CE L’HA

“Se non fosse stato per Bob Marley, io come altri non avremmo fatto musica reggae”. David Andrew Ferri, in arte Lion D, è una delle voci più importanti del panorama reggae italiano. Nato a Londra nel 1982 da madre italiana e padre nigeriano, ha appena un anno quando torna nel nostro paese, nelle Marche.

Va ancora a scuola, frequenta le superiori, quando ha il primo contatto con la musica di Bob Marley: “La sua musica l’ho scoperta a scuola- racconta all’agenzia Dire- Mancava un professore, il supplente ci lasciò liberi e un mio compagno ci fece vedere una videocassetta che aveva portato, dove c’era un concerto di Marley e dei video. Quella è stata la prima volta, sono rimasto folgorato. Da quel momento ho iniziato ad ascoltare musica reggae, oltre a Marley, Peter Tosh e Burning Spear”.

“La sua musica, le sue canzoni, sono il top. Se dovessi scegliere un suo album, direi Surival o Confrontation. Ha lasciato una enorme eredità, interessa non solo gli appassionati del reggae, riguarda tutta l’umanità, resterà per sempre. La sua è stata una missione, in pochi anni di vita ha intrapreso un percorso che artisticamente è caratterizzato da valori e ideali che trascendono la musica reggae”. Per Lion D, Marley “è portavoce di quelli che una voce non ce l’hanno”.

AWA: “È FONTE D’AMORE

“Grazie a mia madre ho scoperto la musica di Marley. In macchina metteva a rotazione le sue cassette”. Awa è considerata una delle più belle voci della Reggae/World Music in Europa. L’artista bergamasca di origini senegalesi racconta la sua passione per la musica di Bob Marley e per il reggae, che hanno influito sulla sua carriera.

A proposito della discografia del Re del reggae, Awa ha le idee chiare sulla preferenza: “Mi verrebbe da dire l’album Confrontation, canzone che è un inno alla semplicità. Lui dice che la distruzione dell’anima è la vanità”.

Marley, continua Awa, “è una grandissima fonte d’amore. Con le sue parole ti guida, ti accompagna in una battaglia. Nel mio percorso di vita ho incontrato difficoltà, ma grazie a Marley, che è stato il mio papà che non c’è stato. È una fonte di acqua cristallina dalla quale attingere se hai sete di giustizia. Se Marley fosse vivo oggi troverebbe melodie e parole per scuotere gli uomini. Forse non siamo pronti a ricevere così tanta luce, ma ne abbiamo bisogno”.

MAMA MARJAS: “DISCRIMINATO, SI È RISCATTATO

Una cassetta che spunta tra le cose di papà. Le cuffie, il tasto play, e inizia un viaggio che porterà Maria Germinario, meglio conosciuta come Mama Marjas, nell’universo di Bob Marley, scomparso l’11 maggio del 1981, 40 anni fa. “Vengo da una tradizione di famiglia per quanto riguarda la musica- ha detto la cantante pugliese all’agenzia Dire- Mettendo a posto delle robe in soffitta, un classico da film, ho ritrovato delle cose di mio padre. Ho trovato una cassetta di Bob Marley, di quello che poi diventerà per me il disco più bello, era l’album Survival. Avevo 12-13 anni. Ne sentivo parlare di Marley, ero affascinata dallo stile, da questi dreadlocks. Ma non ne sapevo niente Mi è arrivata dal cielo“.

L’album Survival “inizia con So much trouble in the world, mi sono fatta un ‘viaggio’ incredibile- ricorda Mama Marjas- Mi sono messa le cuffie e ho sentito la cassetta almeno 4 volte di seguito. Da lì l’amore per Marley. Non ci sentivo soltanto della musica. Mi emozionava. Dietro c’era un grande messaggio, qualcosa di più della musica semplice. Le canzoni d’amore di Bob Marley sono incredibili. Quando le ascolti capisci come fosse normale che facesse innamorare chiunque. So much trouble in the world mi colpisce molto per la profondità del testo”.
Il messaggio lasciato dall’artista giamaicano grazie alle sue canzoni è qualcosa di profondo, che dura nel tempo: “Non importa che tu sia bianco, nero, giallo, cinese o giapponese- ha detto ancora la cantante pugliese- La musica unisce, in ogni mondo ci sono gli stessi problemi. Ogni essere umano combatte le stesse lotte. Marley era discriminato, si viveva malissimo questa cosa di essere considerato un meticcio, era mezzo inglese e mezzo giamaicano. È stato discriminato. Si è riscattato alla grande con la musica e i messaggi positivi che ha lasciato al mondo”.

SUD SOUND SYSTEM: “È COME MANDELA

“Come Nelson Mandela”. Un paragone forte, il riconoscimento di una passione per un grande artista che dura da una vita. Nandu Popu, vero nome Fernando Blasi, è una delle storiche voci dei Sud Sound System, formazione di musica raggamuffin e dancehall reggae originaria del Salento, che combina ritmi giamaicani e sonorità locali, come l’uso del dialetto salentino e le ballate di pizzica e tarantella.

Intervistato dall’agenzia Dire in occasione del quarantennale della morte di Bob Marley, racconta com’è nata questa passione per il Re del reggae: “Avevo 16 anni, ero un ragazzo del sud Italia, lo sentivo come un padre delle mie idee, un padre di questa terra. Lui come Nelson Mandela. Pensare a Marley o a Mandela era fonte di orgoglio. Sono un cittadino del sud, pregno di una cultura immensa. Per me Marley ha rappresentato questo. Non sapevo che fosse un rasta, mi ha stupito per la sua carica d’amore, una forza sovrumana. Le sue canzoni sono fonte inesauribile d’amore. È alla stregua di Gesù Cristo, delle grandi figure religiose che si sono susseguite in epoche diverse. Se non ci fossero queste forti personalità, saremmo costretti ad arrenderci alle brutalità di questa terra. Bob Marley mi ha convinto a rimanere buono”.

BUNNA: “AMORE NELLE SUE CANZONI

Da Kingston a Pinerolo, una cassetta che passa di mano in mano, la scoperta di una musica particolare, di un artista unico come il suo genere. E poi l’idea di formare un gruppo, di ricantare prima le sue canzoni e poi di suonarne di proprie. È così che è nata ed ha mosso i primi passi la band degli Africa Unite, originaria di Pinerolo, Comune nella città metropolitana di Torino.
La band più autorevole del panorama reggae italiano, nasce come tributo alla musica di Marley, proprio nell’anno della sua morte. E in occasione dei quarant’anni della scomparsa del Re del reggae, gli Africa Unite terranno un concerto in streaming.

“Al liceo alcuni nostri amici avevano reperito una cassetta di Marley- ricorda Bunna, frontman degli Africa Unite, intervistato dall’agenzia Dire- Ascoltandola, siamo rimasti folgorati. Era una musica, un ritmo che suonava in modo diverso da quanto ascoltato fino a quel momento. Noi già strimpellavamo con delle band, abbiamo pensato ‘perché non ricreiamo questo suono?’ Così abbiamo cominciato, per scherzo, per gioco”.

Marley, continua Bunna, “ha usato la musica per far passare dei messaggi. Da Marley non possiamo prescindere, se non fosse stato per lui noi non esisteremmo, Marley è inarrivabile, al di la di figli e imitatori. Ha appassionato generazioni con musica e parole, anche semplici ma su problematiche difficili e complesse”. Oggi, continua Bunna, “forse Marley non avrebbe lo stesso successo di allora. Oggi l’approccio con la musica è più superficiale, la gente vuole canticchiare robe banali- ha detto ancora- Marley ha sempre predicato tolleranza, rispetto dell’altro. Questo messaggio è il più grande che ha lasciato con la sua musica e le sue canzoni, con cui ha parlato di inclusione, rispetto, tolleranza e amore universale”.

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