lunedì 18 Maggio 2026

Ecco perché a Roma sono sparite le Enjoy, ma è boom di Uber

Il car sharing free-floating di Eni è sempre meno visibile tra le strade romane, tra vandalismi, furti e veicoli non recuperabili. Nel frattempo la piattaforma californiana registra un +65% di prenotazioni rispetto all'anno scorso

ROMA – C’è stato un tempo in cui girare l’angolo e trovare una Fiat 500 rossa di Enjoy era quasi automatico. Oggi, per chi vive a Roma, quella stessa operazione richiede pazienza, fortuna, o più spesso entrambe.

Dai circa mille veicoli con cui il servizio era partito, la flotta si è assottigliata fino a rendere ogni prenotazione un’impresa. I motivi del problema sono molteplici e crescenti: furti, danneggiamenti e soprattutto la ‘cannibalizzazione’, un fenomeno diffuso per cui le auto condivise vengono smontate sistematicamente (fari, centraline, sedili, meccanica) per il mercato parallelo dei ricambi. Non sono episodi isolati, ma un meccanismo strutturato. Spesso, il costo per riparare il veicolo è superiore al suo valore residuo, rendendolo irrecuperabile.

Ma non è solo la quantità a essere cambiata: è cambiata anche la natura stessa del servizio. Enjoy ha progressivamente abbandonato il modello free-floating — quello che aveva reso il servizio popolare, con la possibilità di prelevare e lasciare l’auto in qualsiasi punto della zona operativa — per passare a un sistema basato su specifici Enjoy Point, stazioni fisse dove il noleggio deve iniziare e terminare. Una scelta comprensibile dal punto di vista della sicurezza e del controllo dei veicoli, ma che di fatto snatura la promessa originaria: non più un’auto a portata di mano ovunque ci si trovi, ma un servizio che richiede pianificazione, spostamenti aggiuntivi e una logistica incompatibile con l’uso spontaneo per cui era stato pensato.

Il combinato disposto di questi fattori ha innescato una spirale difficile da invertire: meno auto disponibili scoraggiano gli utenti, che si rivolgono ad alternative, riducendo ulteriormente la sostenibilità economica del servizio. Non un addio formale, ma un disinvestimento strisciante.

ROMA DIFFICILE PER IL CAR SHARING

La crisi di Enjoy non è un caso isolato. Roma ha storicamente mostrato difficoltà nel tenere in piedi i servizi di mobilità condivisa: l’estensione del territorio, la densità del traffico, la scarsa capillarità dei controlli e il deterioramento di alcune aree periferiche rendono il modello del free-floating — auto parcheggiate liberamente e accessibili tramite app — strutturalmente più fragile rispetto ad altre capitali europee.

UBER CRESCE MENTRE ENJOY ARRETRA

In questo scenario, un altro modello di mobilità ha invece trovato terreno fertile. Secondo i dati diffusi dall’azienda, nel 2026 le prenotazioni tramite Uber a Roma sono aumentate del 65% rispetto all’anno precedente, mentre il prezzo medio delle corse — tra taxi e NCC — è calato di circa il 10%.

A sottolineare la rilevanza del dato è la composizione della clientela: oltre un terzo degli utenti che utilizzano il servizio nella Capitale risulta essere residente in città — non turisti di passaggio, ma romani che hanno integrato la piattaforma nella routine quotidiana.

IL MECCANISMO CHE RENDE ROMA UN CASO UNICO

Dietro questi numeri c’è una specificità tutta romana, che distingue la Capitale da altre grandi città italiane come Milano. A Roma vige il principio della tariffa massima garantita: il passeggero paga sempre il prezzo più basso tra quello mostrato in anticipo dall’app e quello che risulterebbe dal tassametro a fine corsa. Il tassametro, in altri termini, non determina un prezzo fisso ma un tetto che non può essere superato. Questo meccanismo consente a Uber di mostrare all’utente il costo esatto della corsa prima ancora di salire in auto — una trasparenza che in molte altre piazze italiane non è garantita nella stessa misura, e che secondo l’azienda ha contribuito in modo determinante alla crescita della domanda locale

A commentare la crescita è Davide Archetti, General Manager di Uber Italia: “Roma rappresenta un esempio di come la flessibilità porti benefici reali. La crescita degli utenti italiani conferma che la scelta ricade su di noi anche per gli spostamenti quotidiani, non solo per le emergenze”.

Il modello di Uber nella Capitale opera attraverso una collaborazione con operatori NCC e taxi  — una scelta obbligata dopo che i tribunali italiani avevano bloccato il servizio peer-to-peer UberPop — e oggi la piattaforma collabora con circa 4.000 tassisti e migliaia di operatori NCC.

Non mancano però le ombre. Durante i picchi di domanda — grandi eventi, scioperi, maltempo — l’algoritmo di Uber attiva il cosiddetto ‘incremento dinamico delle tariffe’, che può far lievitare i prezzi in modo significativo. Una corsa dal centro storico all’aeroporto di Fiumicino può arrivare a cifre proibitive nei momenti di alta pressione sulla rete.

DUE TRAIETTORIE OPPOSTE

Ciò che emerge dal confronto tra le due vicende è una fotografia nitida della mobilità romana in transizione. Da un lato, un modello di condivisione orizzontale — l’auto presa e lasciata dove si vuole — che si scontra con le fragilità strutturali della città, finendo per erodere se stesso. Dall’altro, una piattaforma verticale, con autisti professionisti e tariffe negoziate, che intercetta una domanda crescente di comodità e prevedibilità.

La questione irrisolta è se Roma sia in grado e intenzionata a supportare sia le opzioni tradizionali che quelle innovative, o se stia virando verso un sistema di mobilità non basato sull’auto privata, ma sempre più dipendente da applicazioni e schermi.

Per ora le 500 rosse si vedono sempre meno. E non è detto che tornino.

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